Cercando il senso, cielo e terra si dividono.

Il Tamburo scambiato. Lezione numero Uno.

In questi giorni sono andata sul Monte Amiata a praticare il Chod, la più forte pratica per sradicare l’attaccamento all’ego.
Lì, l’ultimo giorno, hanno preso il mio damaru, il mio tamburo per il Chod. Lo avevo da due anni, da quando ero balzata sull’autostrada fino al Monte Amiata per ricevere l’insegnamento della pratica, sola, stravolta dalle visioni, e debole. Anche allora pensavo che mi avessero preso qualcosa e che questa sensazione di perdita doveva essere tagliata via con la più terribile delle recisioni. Perciò imparai il Chod – la Recisione dei Demoni. Per due anni, il mio Damaru ha rappresentato il talismano magico contro le forze esterne che sono le mie stesse forze distruttive e sofferenti, contro le mie ferite irrisolvibili. Amavo quello strumento: c’erano le tracce delle mie lacrime, i graffi delle mie dita nervose quando suonare il tamburo era l’unica cosa che mi rimaneva. Era Mio.
Pochi giorni fa anche questo è stato spazzato via. Niente più MIO DAMARU. Ne ho un altro, di chissà chi, più piccolo,anche meno costoso, che qualcuno, non so se per distrazione o meno, ha messo al posto del mio. All’inizio mi sono arrabbiata. Ho chiesto in giro, nessuno si ritrovava un damaru scambiato. Poi ho intravisto in questo accadimento una grande, potente lezione da imparare. Io sono andata a fare il Chod per recidere l’attaccamento, e questa seconda volta mi si è mostrato cosa vuol dire Recisione e cosa vuol dire Attaccamento. Ero lì, povera scema, convinta che bastasse suonare il tamburo e cantare la pratica per recidere, anche se nel fondo del mio cuore sapevo che così era troppo facile, troppo superficiale: mi stavo attaccando alla pratica e ai suoi strumenti come a un salvagente, a una specie di simulacro che cambiasse il mio modo di vedere,e invece forse mi illudevo soltanto che qualcosa stesse cambiando. Nel momento in cui è sorta la rabbia e la gelosia per il mio Damaru perduto, ho visto la forma della mia proiezione. Ma davvero credevo che recidere l’attaccamento significasse cantare in tibetano mentre battevo un tamburo? Fa male, recidere, fa male perdere parti di sé. Eppure so che è proprio la nudità di questo dolore a dover essere accettata, per non avere più riferimenti a ‘me’ , a ‘mio’, e fare piazza pulita veramente di tutta questa creazione meravigliosa che l’ego ha costruito: certezze, riferimenti, appigli. Persino la pratica stessa un appiglio. Che straordinaria lezione!
kangling0192

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