Cercando il senso, cielo e terra si dividono.

L’ossessione di Achab.

Il Viaggio del Pequod dura a lungo, come ci mostra la mappa delle sue peregrinazioni oceaniche, vele spiegate in immensi deserti d’acqua, solcando  abissi sconosciuti, in cerca della meta finale.

mapgood Ismael si imbarca a Nantuket, lui proveniente da Manhattan, covo oscuro e aspro  di balenieri, luogo di confine tra il mondo civilizzato e  l’oceano misterioso da predare, conquistare, sottomettere. Da questo porto salpano le baleniere per procacciare al vorace mercato americano grasso di balena, ossa, e il pregiato spermaceti, l’olio di capodoglio. Ismael non si sa perché si  è deciso ad andare ad affrontare il viaggio, quali siano le sue motivazioni profonde viene solo accennato. Ismael si presenta all’inizio del libro come un uomo senza legami, un individualista, inquieto e aperto a tutte le occasioni che si presentano.

Già…ma perché cerca? Ismael nella Bibbia è il figlio di Abramo e Agar che vagano nel deserto; è dunque un vagabondo, un senza casa. Come tutti quelli che partono e si spingono fino a toccare le radici invisibili del numinoso, si imbarca in un viaggio di cui sa poco, ma che nasconde inaspettate e tormentose spinte verso l’ignoto, il perturbante, il pericoloso contatto con l”altrove’. Ma lui non lo sa, sa che deve andare per mare, qualunque cosa accada. Ed è questa totale apertura all’ignoto,  simile a un ritorno al caos primordiale che lo trascina per più di 4 anni in un’avventura sospesa tra realtà concreta e  contatto con il mondo vorace e istintuale della caccia ai temibili giganti marini.

Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto.

E’ pragmatico, Ismaele, ma non un borghesuccio. Diventa subito amico di Queequeg, fregandosene altamente della razza e della lingua diversa. Perché? Perché probabilmente Queeqeg è come lui uno che non sta soltanto cercando soldi e lavoro ma  sta cercando il suo senso.

icraNtKfFORh7fCvQuesto viaggio diventa complesso, misterioso, e sono soltanto le lunghe digressioni filosofiche, religiose e esplicative di Ismael a radicarlo ancora nella realtà conosciuta, impedendo il collasso verso l’allucinatoria corsa verso il perturbante.  Il Capitano Achab è colui che conduce la caccia. Non è una semplice caccia alle balene per fini commerciali. E’ una vendetta, radicata nel cuore di Achab, ed è la sua unica ragione di vita.

Chi è il Male? Achab o il suo avversario, la Balena Bianca? Nel corso del tempo Achab svela la sua perversione e la distanza che man mano li allontana dal mondo civilizzato erompe con eclatante ferocia. Achab non è più umano e non conosce umanità, rifiutandosi di aiutare il capitano della Rachele nelle ricerche di suo figlio disperso in mare. In qualche modo questo atto volontario di mancata compassione, questo atto di mancato aiuto e condivisione taglia fuori il Pequod dal mondo umano; con questo atto il Pequod volta le spalle al mondo ‘civilizzato’ addentrandosi nell’oceano dell’istinto. E infatti il giorno dopo Moby Dick è avvistata.

Il Gigante Bianco cerca di sfuggire, appare chiaro che Achab sta dando la caccia ai suoi propri demoni solamente, personificati nella balena.

‘ Moby Dick non ti cerca. Sei tu, tu, che insensato cerchi lei!’

grida Starbuck cercando di convincere Achab a desistere. Ma l’ossessione è più forte e Achab viene inghiottito da essa, sprofondando con ciò che egli credeva fosse un demone esterno, rifiutandosi di andare al di là delle proprie ferite e sentirne il senso.

mobydick (2)Molto si è detto e scritto su questo romanzo di Melville che Jung considerava il migliore della letteratura americana. Scritto nel 1851, può essere letto a moltissimi livelli, la lotta tra uomo e natura, la follia, il perturbante, la ricerca del senso, la quest, l’avventura ai confini dell’immaginazione, il viaggio come cammino verso l’individuazione, la crisi del mondo occidentale e le sue ideologie. Scrive il fisico L. Licata:

Nel Moby Dick di Melville troviamo una bellissima metafora della crisi dell’occidente. Il capitano Achab sacrifica il senso del viaggio ossessionato dalla caccia alla  balena bianca, mentre il dolce Ismaele fraternizza con i compagni e osserva meravigliato le creature del mare. Achab, figlio di Faust, va verso la distruzione , Ismaele è l’unico superstite del Pequod. C’è già tutto quello di cui abbiamo bisogno: meno Achab e più Ismaele.

Nel 1956 John Huston trasse dal libro uno splendido film con Gregory Peck.

Achab si sente un eroe che combatte il male, la cui missione è di smascherare il vero volto della natura, e in definitiva anche il suo stesso vero volto. Mancando di riconoscere in se stesso il male crea un oggetto esterno come capro espiatorio. Il problema è che tra Achab e la balena, nonostante la lunga caccia, non c’è mai vero contatto. Achab non riesce a andare mai in contatto con la balena. E’ sempre al di là della sua portata, così come per molti di noi riconoscere il proprio volto è semplicemente al di là della nostra portata. Chi siamo? Come Achab, ci crediamo tutti buoni, con il nostro carattere peculiare ma sostanzialmente dalla parte del giusto. Non siamo in contatto con le nostre pulsioni rimosse, che ci animano sempre nonostante non le conosciamo minimamente: l’inconscio è animato da molte intangibili forze con cui non siamo in contatto. La patologia nasce quando ci rifiutiamo di riconoscere che ciò che vediamo fuori , ‘ l’altro’ è dentro di noi. Achab è il male come la balena, specchi poderosi che non si toccano, non si vedono e non comunicano se non nella catastrofe finale. Scrive Renè Girard , psicanalista junghiano: ”Nonostante ciò che si dice intorno a noi , i persecutori non sono mai ossessionati dalla differenza, ma piuttosto dal suo contrario indicibile , la mancanza di differenza” Questa mancanza di differenza è dominante nel rapporto di Achab con la balena . Mentre Achab può cercare di stabilire se stesso come un eroe , anche lui , in fondo, è il male . È questa identità che è problematica .

Achab doveva “creare” Moby  Dick per giustificare il proprio odio e la tendenza verso il male . Inoltre , Moby Dick doveva essere trasformato in un formidabile avversario , in modo da spiegare tentativi falliti di Achab a distruggerlo. E’ Achab a ‘creare ‘ Moby Dick.

E Starbuck, il suo secondo, commenta: ‘Che Dio ci aiuti tutti’.

E questa è in fondo, la banalità del male.

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