Cercando il senso, cielo e terra si dividono.

Fede nella mente.

Dormendo e sognando, la mente a riposo. Facendo pulizia, gettando nella spazzatura montagne di carte, fogli, numeri di telefono e lettere.
D’improvviso non stava più bene Sakyamuni dove lo avevo messo, incombente su chi entrava, eppure oggetto su cui posare gli occhi e dimenticare; per lui un posto più discreto da dove, mi pare, abbraccia con sguardo dolcissimo i movimenti. Mi accorgo che ora il suo sguardo è rivolto ad est, da dove può ricevere il sole pulito dell’alba.
L’alba.
Pulisco, metto un nuovo ordine, sposto cose: da tre giorni c’è caos e io sola vedo in quel disordine lo schema finale che costruisco piano piano, senza fretta. Può sembrare più sporco di prima, più incasinato di prima, questo rimettere tutto in vista e farne una nuova costruzione. Non so che forma avrà, non ho in testa niente di fisso e stabilito: faccio. Poi ci sono i sogni, loro sì che sono precisi sullo stato delle cose.
Non mi va di manipolare nulla; abbandonando il controllo lascio che manifestino la loro sincronicità con la vita ‘da sveglia’. Non c’è più frattura tra notte e giorno, la mente e il corpo continuano a sognare mentre lavo, sposto, cambio prospettive, stacco rametti ai rami più belli per farne nuove piante. Tanto lavoro manuale, sì.
Leggo Castaneda, addormentandomi con Don Juan Matus che semplicemente dice cose incomprensibili alla mente, le sento solo da qualche parte nella memoria, come una lontanissima risonanza di un’onda marina, che continua a rincorrere i venti del destino.
Il corpo è un’alchimia che non so più controllare, mentalmente non c’è niente che possa fare, solo lasciare tutto così, come vuole, come crede di fare, nella sua saggezza.
Ho fiducia solo nella mente.
Mente che conosce più di quanto io possa conoscerere, e dirige i miei passi più di quanto io possa pensare. Lascio fare,e non osservo neppure quello che faccio. Liberata in uno spazio aperto, agisco.

A volte mi guardo allo specchio: sorpresa, i capelli sono di nuovo lunghi, e gli occhi mi piacciono di nuovo, non hanno più dentro quell’implorante bisogno di conferme.
Mi inginocchio sulla terra per trapiantare i miei amati fiori…li avevo abbandonati per dedicarmi all’intelletto. Graffi sulle braccia, polvere tra i capelli. Un fuoco caldo e discreto arde nel mio cuore, un piccolo fuoco alimentato da piccole cose.
Sogni di essere in pigiama come durante una lunga malattia.
I ching mi mostra l’esagramma 18: l’emendamento delle cose guaste e come risultato il 48, Il Pozzo.
Bevo, al pozzo , il mio pozzo e sempre ho fiducia nella mente, che ora mi guida e io la lascio fare, non facendo niente.
Il ritmo del tamburo, il mio cuore, il mio respiro, riempiono il movimento.
Non più parole per dire come sto e come non sto: tutto si compie come vuole e deve.
Aria.

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