Cercando il senso, cielo e terra si dividono.

Fili di luna.

Mi ricordo le donne anziane sedute fuori nel pomeriggio estivo, cucendo o pulendo le verdure per la cena, con mani abili, i movimenti cadenzati, il tempo infinito scandito dall’alzarsi della luna, e poi, quando le ombre risalivano lungo la strada in un certo modo era tempo di rientrare e preparare. Mi ricordo i silenzi di mia nonna, di mia madre intente a cucinare, risuonavano i rumori delle stoviglie, l’acqua, i passi e l’odore del cibo che mi raggiungeva, e mi insegnavano il senso del tempo personale, il mio tempo che ancora adesso è condotto da un filo d’oro che, ora so, mi riconduce alla Luna. Mi ricordo i lunghissimi capelli intrecciati e tenuti a crocchia con spilloni d’osso scuro, mia nonna ottantenne che quando li scioglieva era trasformata in una sensuale sirena dai capelli d’argento, così forte e oscuramente legata alla Terra, alla sua storia che sembrava tutta raccontata dalle sue trecce strette, il tempo, gli anni, i momenti, il legame indissolubile tra lei e la materia, senza la moderna preoccupazione della praticità e ancor meno della accettabilità di oggi, oggi che le donne si consegnano nelle mani abili di parrucchieri per darsi un’identità diversa, o per crearsi addirittura un’identità, copia incolla di chissà quale incarnazione di femminilità proposta dai media…Mi ricordo quando ho cominciato io stessa a farmi crescere i capelli, che poi sono diventati lunghissimi e i primi capelli bianchi dopo il primo figlio, e ancora altri dopo la morte di mio padre. Mi ricordo lo stupore che provavo davanti ai segnali del tempo sul mio corpo, il tempo che modificava e muoveva la mia vita – a mia insaputa spesso- mentre i capelli crescevano e crescevano. E un giorno mi sono accorta che erano lunghissimi, stranamente te ne accorgi in un solo momento, come se fossi stata altrove nonostante gli specchi in cui ti guardavi continuamente. Mi ricordo Lama Tsultrim che raccomandava di legare una ciocca di capelli al damaru per creare il legame con lui e invitare le dakini a danzare solo per me, attraverso la materia spirituale del tempo, degli anni e dei ricordi, della mia storia, tutti racchiusi in quel ciuffo bruno. E poi mi ricordo il sacrificio dei capelli, quando decisi di tagliarli, di sottopormi a questa amputazione dopo lunghissima riflessione, per tagliare via simbolicamente una fase, la conclusione di un ciclo, per sottolineare una trasformazione o un cambiamento: la fine di un rapporto, la morte di mio padre, la nascita di un figlio, una malattia. Ma sempre ricrescono, lentamente come è lento il passo incerto con cui ti muovi tra le cose, tessendo, cucendo, scandita dalle fasi della Luna, la tua Storia.
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