Cercando il senso, cielo e terra si dividono.

Riconoscenza.

Se nella tua vita la sola preghiera che recitassi fosse un semplice ‘grazie’, sarebbe già abbastanza” – Meister Eckhart
“Il sentimento di gratitudine è una delle espressioni più evidenti della capacità di amare. La gratitudine è un fattore essenziale per stabilire il rapporto con l’oggetto buono e per poter apprezzare la bontà degli altri e la propria”.-Melanie Klein

L’avevi data per scontata quella parola che usi sempre meno e che si butta lì quasi con vergogna,tanto per metterti in linea con la coscienza.

Ultimo bastione terribile dell’ego, ultima porta di ferro, dietro la quale – tu lo senti- si nasconde Il Castello Interiore. Nessuna delle tue supposizioni regge di fronte a questa grande incognita del cuore: la riconoscenza. Puoi provarla o non provarla, senza via di mezzo. A volte, pensi che sia scontato tutto quello che hai: lavoro, soldi, amici, amore, intelligenza e potere personale. Non ti chiedi da dove provenga tutto questo, non ti chiedi neppure se è reale tutto questo. Basta che tu ne abbia sentore, ogni tanto, e ti senta rassicurato. Ma non hai riconoscenza e gratitudine per queste cose che ti sembrano così ovvie, così palesemente tue. In un certo senso te ne freghi, di tutto questo ben di dio che possiedi. Come se ti fosse per sempre dato e tua onorificenza e orpello. La tua vita, pensi, è questo, te lo meriti.

Merito. Riflettere sul merito porta a strane conclusioni. Tu meriti di essere felice. Meriti di avere grande ricchezza interiore, di possedere cose preziose. E di tutto queste preziosità che pensi di avere, non provi nessun debito verso qualcosa o qualcuno, perché è TUO. Non hai fatto nulla per nascere in questo mondo sofferente, i tuoi genitori ti hanno scaraventato qui per loro puro piacere, e tu, adesso, ti trovi a doverti barcamenare con questo casino samsarico in cui devi imparare a proteggerti. Riconoscenza per questa merda che ti crolla in ogni istante addosso? neppure per idea!

Eppure. La mancanza di riconoscimento di ciò che hai, di ciò che c’è attorno a te, crea una barriera tra te e la vita. Crea una barriera DENTRO di te, là dove le due facce dovrebbero venire a patti e accordarsi. Quali sono le due facce? La prima faccia è quella che si è abituati a portare, ti protegge dalla paura, signora della Morte, e da suo figlio Dolore. Potremmo sopportare ogni angoscia pur di proteggerci, pur di non perdere quello schermo che dovrebbe evitarci ogni ansia e timore. Ma non funziona. La paura è la radice della paranoia, è fantasia a briglia sciolta con cui io vedo il mondo come una mia proiezione, lo interpreto e lo creo come credo io. E’ il principio su cui poggia il mondo, uomini, animali e vegetali. La dimensione della paura è quella del desiderio: sperare che si avveri qualcosa, che io non debba soffrire. Al centro di tutto questo gran dafare c’è IO che deve essere messo al sicuro e preservato ad ogni costo. Ma a dirla tutta, questo IO non ama. Ama solo se stesso, onanistica e solitaria entità destinata a lottare per sempre, forse a vincere battaglie ma a perdere la guerra. Lui è in guerra, manipola la realtà, manipola le persone, manipola soprattutto all’interno, nella psiche, bloccando il passaggio verso la dimensione più grande della persona, profonda e altamente spirituale che mai riesce ad esprimersi quando c’è lui, l’IO. L’Io è grossolano, ed esiste nel mondo della forma, pensieri, parole, azioni. Fantasia è il suo reame e produce cause, effetti, tempo, luogo.
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La conseguenza peggiore prodotta dall’Io è il continuo lamentarsi e l’insoddisfazione; il mondo ci sembra sempre che debba fornirci di qualcosa, ci pare che siamo vittime di incomprensione e ingiustizia, che gli altri ‘non ci capiscono’, e che tutto sarebbe molto più accettabile secondo la nostra visone della realtà. Questa è la mancanza di riconoscenza che lo caratterizza.
Ma c’è l’altra faccia: niente ego là, niente fantasia, ma quiete. E’ il livello più sottile, dove cessa il bisogno, e accade l’incondizionato, dove non hai più interesse ad aggrapparti a questa realtà concreta, poiché illusoria, e dove la tua storia non è sconnessa dal resto delle storie, dove giaci ancora informe attimo per attimo, divenendo porta per i cambiamenti. Riconoscenza è trovarsi su una strada e voltarsi un attimo per dire, sorridendo,: quanta strada ho fatto! E poi andare avanti, sapendo che il viaggio non ha mai fine. Riconoscenza è aprire il Cuore, far giungere al Cuore ogni istante, legarsi al Cuore, esercitando continuamente la presenza al Cuore. Così non c’è posto più per biasimo, paura e speranza: c’è solo accettazione, amore incondizionato e riconoscenza verso l’esperienza e la vita, che ce la fornisce. Qui nella vita e dopo la vita, poiché il continuum mentale non muore, ma continua il viaggio.
Se si riconosce questa Presenza, e si custodisce questa consapevolezza, smettiamo all’istante di sentirci defraudati di qualcosa, per aprire invece le braccia a quello che viene, senza manipolare niente.

 

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