Cercando il senso, cielo e terra si dividono.

Guardarsi dentro rende ciechi.

Fiumi di parole per ridurre un fatto a  un concetto, ecco quello che facciamo.  La mente.  Si sta a scavarsi dentro, ossessionati dall’osservazione, in cerca delle cause. Le cause di tutto questo. Di perché io sono qui. Domande, quesiti e indagini che, dicono, portano in profondità. E banalmente, stupidamente ricado nel solito meccanismo di causa effetto. La ricerca di una ragione. Il senso. Perché io devo saperlo, il senso. Altrimenti qualcosa mi sfugge e non è sottocontrollo. E’ la mente in tutto il suo splendore, che indaga, indaga sempre sugli indizi, come un cane che afferra l’osso più grande per primo e poi via via tutti gli altri. E’ brava, nel suo mestiere. Dal ricordo di un gesto, di uno sguardo, di una parola costruisce mondi, costellazioni e universi dove si resta intrappolati , credendo che sia tutto vero. Certo che è vero, le persone sono vere, le cose che accadono, il cielo e tutto il resto, e io stessa sono vera, ma la mia mente vuol farmi credere che sia vera soltanto lei, riducendo la realtà a una rappresentazione  delle sue difficoltà e delle sue speranze. La mente che è la parte lunare, oscura, che tutto vuole vedere, tutto vuole capire, eccetto l’unica cosa fondamentale: la sua sparizione. Per guardarmi dentro, divento cieca. Perché chi guarda è il pensiero, che per quanto possa andare in profondità è sempre vincolato da un patto di sangue con l’oggetto che osserva e che lei stessa produce istantaneamente.

Così lei crea. Ma poi bisogna dire: cara mente, adesso mi hai stancato e non ti seguo più. Tu continua pure, se ne sei capace, io faccio altro.

jesse van dijk - empty kingdom)

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