Cercando il senso, cielo e terra si dividono.

Trekchod.

LA MERAVIGLIOSA VISIONE DEL TREKCHOD.
di JESUN KHANDRO RINPOCHE.
Moltissimi nomi esistono per definire l’essenza della mente: consapevolezza, luminosità, natura di buddha, mente primordiale…ci sono innumerevoli nomi di tutti i tipi.
Le persone ordinarie la chiamano ‘mente’ o ‘cervello’o la concettualizzano come ‘Io’.I non buddhisti la chiamano il Sé, o Anima. Gli Shravaka la chiamano il ‘sé senza ego’, o ‘assenza di sé’.
I Cittamatra la chiamano ‘mente’.
Altri buddhisti la chiamano ‘Prajnaparamita’ o ‘deshek niyngpo’; o ‘sugatagarbha’, o ‘mahamudra’, o ‘madhyamika’, o ‘vetta’, o ‘unica essenza del thigle’ o solo ‘unica essenza’. Alcuni buddhisti la chiamano ‘dharmadhatu’ o ‘essenza del dharmakaya’, altri dicono che è ‘khunzi’ o ‘alaya’.Altri ancora la vedono come ‘thamal gyi shepa’ o ordinaria consapevolezza.
I praticanti del buddhadharma dovrebbero sapere che, anche se esistono molti nomi diversi, puntano tutti a un solo significato.Tutti questi nomi – e i concetti e le pratiche loro associati- dovrebbero condurci alla meta definitiva: l’illuminazione.
Tagliare il vagare della mente.
Le nostre paure, l’ansia, le altre emozioni sono interdipendenti  con la consapevolezza della mente; molti praticanti non realizzano che la lotta continua per dividere queste tendenze dalla vera essenza è inutile.
La natura della mente  sorge completamente quando la consapevolezza della mente non è distratta dalle tendenze abituali accumulate.Come la natura del cielo non è oscurata e distratta dalle nuvole, così la natura primordiale della mente non è oscurata dalle tendenze temporanee e dalle nostre nevrosi.
La pura essenza primordiale della mente è in tutti gli esseri sempre, da un inizio senza inizio. Ma poiché è momentaneamente velata da oscurazioni, questa essenza non è riconosciuta. E’ come la profonda metafora della presenza del burro nel latte. Il burro nel latte è già lì. Non dobbiamo aggiungere niente al latte. Ma il latte ha bisogno di essere sbattuto affinché il burro si formi.
Allo stesso modo l’essenza del Sugatagarbha si trova in tutti gli esseri senzienti. Ma finchè non pratichiamo per tagliare la nostra tendenza all’attaccamento, noi continuiamo a distrarci e fino a che la distrazione e la dualità continuano l’essenza del Sugatagarbha non sorge nella sua pura natura primordiale.
Perciò usiamo le pratiche del Trekchod per tagliare, cosicché il costante vagare della mente verso le varie tendenze cessi. Questa è l’intenzione con cui il praticante dovrebbe accostarsi a questi insegnamenti.

Natura non duale e genuina rinuncia.
La chiave della meditazione non è fare qualcosa; è non fare niente altro che  permettere che il flusso naturale dei pensieri  sia completamente libero dalle nostre deliberazioni, dalla nostra volontà.
Come praticanti Dzogchen dovreste praticare il Trekchod costantemente, non solo quando siete seduti sul cuscino a praticare formalmente. Se non lo fate, la vostra compensione della natura non duale sarà solo temporanea e non vi sarà una vera separazione dal samsara. E invece che genuina rinuncia la vostra rinuncia sarà diretta verso persone e luoghi piuttosto che verso la vostra ignoranza – o marigpa- o verso i trucchi della mente di sottili attaccamenti e avversione.
Allora la mente comincia ad avere avversione verso le cose piuttosto che avversione verso la mente stessa che distingue le cose, in più importanti e meno importanti. Invece che genuina rinuncia questa direzione errata vi dà un desiderio di separavi dal samsara poiché siete stanchi delle persone, delle cose, delle emozioni, di ciò che accade, dell’ALTRO’. Ma se siete stanchi dell’ ALTRO, c’è un sé che è stanco dell’altro, e quindi state cercando di comprendere la non dualità rendendola duale.
Molti praticanti sono spaventati di lasciare il samsara, poiché erroenamente applicano il Trekchod alle cose piuttosto che lavorare su se stessi. Applicando il Trekchod alla persona che percepisce le cose, si va in profondità. E si comincia a vedere il lato umoristico. Siete capaci di ridere alla stupidità che c’è nel far diventare le cose così tristi, tragiche, o qualunque cosa sembrino al momento.
Sua Eminenza Jetsun Khandro Rinpoche.

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