Cercando il senso, cielo e terra si dividono.

Contro il vento.

Ancora contro il vento

vanno, vanno ancora contro il vento

e cantano dolenti il cuore fiammeggiante,

quegli uomini e donne che hanno attraversato

oceani di perle, rischiando le braccia, rischiando le gambe,

rischiando, rischiando.

Non si fermano, si abbandonano nelle maree, si abbandonano nelle mani degli altri

sono cera, argilla, fango tra le dita del destino,

che si sono fatti distruggere e ricomporre dai mutamenti,

che non hanno nessun potere mentre cantano

come hobos senza casa, con le radici sprofondate nel palpito

silenzioso di un’anima che vuole il sale, a cui vogliono ubbidire

nonostante cadute, sangue, lacrime, gioia.

Prendono incuranti vie sconosciute, si avviano tra le montagne

soli, accompagnati da visioni, accompagnati da presenze

con occhi che guardano dentro strisce di arcobaleni,

dentro orizzonti perduti come una Shangri la che attende,

che partono per la Siberia, dove trovano vecchi amici reincarnati che li aspettano,

che si chiudono in due metri di case di roccia fino a che appaiono

ombre, che sussurrano come messageri e angeli inaudibili verità

note soltanto al silenzio, guide senza mappa, direzione o meta.

Che cantano canzoni di vita,

di una felicità che ti spezza il cuore,

che prendono treni e percorrono mille chilometri solo per toccare per un momento

le mani di qualcuno che amano

e poi chiudere il ricordo in un tempio senza porte

dove resta intatto a fiorire, fiorire e dare frutto.

Che restano lontani dalla tragica decomposizione del corpo,

portati via nella poderosa corrente del destino a cui non dicono mai NO

solo gli occhi diventano antichi, circondati da giardini di rughe

profondi come abissi di fuoco, e hanno le voci dolci,

che ammaliano per i silenzi evocati

dall’assenza della parola,

viso e occhi e mani leggere, solo chi ha attraversato le montagne

ha quel silenzio sulle labbra, e quegli occhi antichi.

Che gettano via il loro oro come ha detto Milarepa,

densi di amore, calma furiosa di terminare un viaggio

senza sapere quale, dove, come.

Che sognano Padmasambhava, e ricordano le sue parole per sempre

e sono capaci di distruggersi per eseguire i suoi ordini

e perdono pezzi, perdono pesi, perdono luoghi e tempi

avvolti nel loro tempo cosmico, infinito, recluso, abbondante

di sospiri e incrollabile sottomissione agli ordini dell’anima.

Che ricordano un sutra e per sempre lo incarnano

e passano ore a comporre melodie di poche bellissime note

che si ricorrono come le onde del destino senza fine e senza inizio.

Che partono soli per Montagne di Rame, perduti nei boschi autunnali, si rotolano tra le foglie d’oro,

e arrivano in luoghi sacri come aironi che tornano all’antico nido

e telefonano a casa, rassicurando i figli, i compagni

mentre fiorisce contro il vento la parola che non si può pronunciare

e scrivono sogni, visioni, poesie, dipingono

scene su tovaglioli in coffee shop ad Amsterdam

delineando insolubili forme, lettere tibetane, fiori e arabeschi.

Che regalano le loro mappe, specchi, libri dove hanno scritto gioie

vissute, generosi come yogin erranti, che viaggiano con bagagli leggeri

e poi si prostrano sotto la pioggia come miracolati benedetti dai tuoni e dai fulmini del cielo.

Vanno contro vento, fragili che non si spezzano

e passano tempi immemorabili cercando note che non possono essere espresse

contenute nel respiro, contenute nell’eco, nel battito del big bang del cuore

sanguinanti e quieti, seguendo scie come seguendo orme

che li precedono su una infinita spiaggia deserta.

Per Nicoletta, Miroslav, e G.

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