Cercando il senso, cielo e terra si dividono.

Strappare l’erba.

Scendere sulla terra, nell’inesauribile fare  cose, e farle fino a che il corpo regge. Un tempo ci si raccontava, si narrava di sé, sembrava senza fine il fiume dei ricordi, delle immagini. Tutto il mondo era contenuto nel racconto del proprio pensiero, il tempo conteneva solo questa storia – la propria storia – in cui c’era sempre qualcosa da dire, da proclamare e spiegare. Tenevi un diario, un tempo. Tutte le pagine scritte per descrivere i movimenti dell’anima, tempi biblici, di mesi e anni. L’impulso irresistibile di raccontarsi, lo sguardo rivolto all’interno.

Poi la discesa sulla terra, e cominciare a fare. Perché è l’unico modo in cui è possibile incontrare l’altro. Il dire di sé non avvicina gli uni agli altri, crea legami la cui natura può avere ombre e luci, può aiutare a conoscere se stessi ma anche a perdere di vista l’altro, può diventare un monologo in cui ciascuno racconta di sé cercando dei punti in comune con altre storie.Lo scambio di punti di vista, il dialogo reciproco. Ma se fosse un monologo senza fine? Se, invece di essere solo e soltanto concentrati sulla propria piccola vita, si cominciasse ad ascoltare l’altro senza fare paragoni con quello che si è, si è stati, si vorrebbe essere?

Alcuni non dicono mai ‘chi sono’ ‘che ho fatto’, ma osservano, e capiscono. Per alcuni non sono importanti i tuoi trascorsi, quello che credi di essere o sapere, non sono interessati alle tue parole. Ogni momento è nuovo, pregnante, vivo, come quando inizia un buon giorno con il sorriso sulle labbra, perché qualunque cosa sia accaduta ieri, è morta e finita. E così, si riparte sempre da zero, come se il rapporto si basasse su genuino interesse e non su polverose proiezioni.

Occorre tener care queste persone, e farsi guidare da loro tra le strette curve della vita, in quei momenti bui quando ciò di cui  si parla riguarda sempre e solo  se stessi, sciorinando le proprie malinconie, i propri tragici eventi. Il grande affare, diceva Chogyam Trungpa: ci crediamo tutti molto importanti, nel nostro travagliato percorso ‘spirituale’ e di vita. Crediamo sempre che il mondo debba rifornirci e ripagarci di qualcosa, e che  nel mondo sempre ci sia qualcosa  che non va bene ed è imperfetta, troppo imperfetta, per noi. Crediamo inoltre che il mondo debba ricevere il nostro contributo sottoforma di parole, consigli, solidarietà, perché noi siamo buoni, così buoni che facciamo bene anche agli altri. Questa supponenza, questa presunzione, questa  mancanza di ricettività, con IO sempre al centro di tutto, sia nel parlare che nell’ascoltare.

Invece scendere sul terreno fondamentale dell’azione ci fa recettivi. Io e le cose siamo in relazione, in cui si genera movimento, in cui si usa ciò che si deve, senza niente altro di superfluo: strappare l’erba, lavare i piatti, stendere il bucato. Gesti esatti, necessari, nessun superfluo peregrinare. Portare a termine un certo lavoro prima, poi iniziarne un altro. In successione, cominciare da ciò che si vede per prima e continuare a muoversi allo scopo di creare qualcosa di bello, nuovo, solido.

Un tizio occidentale andò sulle azzurre montagne dello Yunnan, dove gli eremiti abitano tra le nuvole, e qui si stabilì per qualche tempo con un vecchio e saggio maestro. Un giorno zappavano in giardino, togliendo le erbacce e seminando. Il tizio pensò che in fondo quello che stavano facendo era una perdita di tempo e che le cose veramente importanti il vecchio maestro non le aveva ancora fatte vedere. Quindi chiese: ‘Nel frattempo che lavoriamo, non puoi darmi degli insegnamenti?’

Allora il vecchio rispose, mentre allontanava i sassi dal solco, che quello che stavano facendo era l’insegnamento. Non ce n’era un altro migliore.

Lui capì. Infatti dopo un lungo silenzio, la domanda che il tizio occidentale rivolse al saggio riguardava un ‘erba, che era così bella e profumata e che  lui non sapeva se doveva o no strappare via.

Il fare si era portato via tutto il biasimo e l’avidità della mente.

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