Cercando il senso, cielo e terra si dividono.

Angulimala, il santo assassino.

angulimala e il buddha

Un uomo dall’aspetto selvatico e feroce, Angulimala, corre verso il Buddha, che gli volta le spalle incurante. L ‘uomo ha al collo una collana di dita umane, come sbrigativo conto delle sue vittime. Sullo sfondo sua madre vaga nella foresta per avvertirlo del pericolo.

Angulimala ‘Colui che porta la collana di dita’ era nato con il nome di Ahimsaka, ‘Colui che fa del bene’. Tutta la storia è riportatata nel Sutta Pitaka del canone Pali, come esempio di redenzione e soprattutto di superamento della predestinazione e del karma ‘negativo’.

Nascita e segni karmici.

Molti segni accompagnarono la sua nascita: tempeste, armi che brillavano nell’oscurità e sogni nefasti e in più l’oroscopo del bambino mostrava la sua appartenenza  alla  ‘costellazione dei ladri’. Il padre era un potente bramino, un uomo santo che istruiva il Re, e si può immaginare la sua costernazione di fronte a questi presagi  sulle tendenze poco sante del suo unico figlio maschio. Il santo uomo ligio al Dharma pensò addirittura di sopprimere il bambino, ma il Re – che poi si convertirà al Buddhadharma- glielo impedì, e per contrastare le propensioni negative gli consigliò di imporgli  il nome Ahimsaka e di inviarlo a ricevere un’educazione appropriata e completa da un famoso Guru.

Ahimsaka era volenteroso, ubbidiente e rispettoso; ben presto si distinse per la sua intelligenza e diligenza, ma purtroppo, senza che lui ne fosse consapevole, cominciò a sollecitare negli altri discepoli ogni sorta di invidie e gelosie. Le chiacchiere arrivarono fino al Guru, il quale cominciò a sviluppare verso il giovane un poco compassionevole sentimento di antipatia e gelosia. Pensò di punirlo, senza sporcarsi le mani, in un modo subdolo e orribile, chiedendo al povero Ahimsaka di portargli mille dita di mille  mani destre.

‘Mio caro Ahimsaka, ora che la tua educazione è completa è d’uso che tu mi faccia un’offerta. Mi porterai mille dita della mano destra.’ Costernato il ragazzo balbettò: ‘ Come posso farlo, Maestro? La mia famiglia non ha mai compiuto atti di violenza verso persone innocenti.’

E il Guru: ‘O fai così oppure non ci sarà frutto per tutto ciò che hai imparato’. Ahimsa non ribattè, si inchinò, si prostrò, e giurando di ubbidire, se ne andò nella vasta e selvaggia foresta di Jalini, là si costruì un nascondiglio da cui poteva sorvegliare la via maestra e cominciò la sua opera santa per soddisfare la macabra richiesta.

Ahimsaka diventa Angulimala.

Cominciarono così a manifestarsi nella vita del giovane le tracce karmike delle precedenti vite, già annunciate dai presagi alla sua nascita : a lui sembrava di non avere scelta, e che questa missione, difficile e terribile, fosse il prezzo da pagare per la saggezza acquisita. Pensava senza dubbio che la sua santità passasse attraverso la morte di altre creature, poiché credeva ciecamente al Guru e alla sua bontà.  Questo credeva, poiché non vedeva che la richiesta del guru  in realtà rispondeva pienamente alle sue forti propensioni karmiche, che nelle vite precedenti lo avevano già condotto sulla stessa strada.  Ahimsa scelse di seguire questa strada, proprio come noi quando scegliamo di comportarci in un modo oppure in un altro. La scelta di fare o non fare una cosa, secondo il nostro giudizio e in fin dei conti a ciò che ci fa più piacere e comodo. E così che nasce la banalità del male: si eseguono gli ordini, poco importa se  di un dittatore esterno oppure dell’Ego, anch’esso dittatore, il più potente di tutti. La scelta come valutazione incessante.  Scelte che conducono ad altre scelte, seppure animate da ciò che razionalmente  ci sembra giusto e appropriato, e che  spesso ci portano in strade scure e pericolose, alimentando invece le nostre più sottili propensioni, quelle che otto secoli dopo Machig classificherà come ‘demoni’. Ma questa è un’altra lunghissima storia.

Nella più totale solitudine il giovane cominciò la sua opera. Al principio le dita delle sue vittime erano appese ai rami della foresta,ma siccome gli uccelli se ne nutrivano, egli pensò di farsene una collana, così che  suo rosario, mantra e preghiera  fosse il conto incessante delle dita mozzate, in attesa di completare l’opera. All’inizio, cercò di uccidere soltanto banditi e assassini e quando non ce ne furono più, con solerzia scese fin nei villaggi per prendere le dita di chiunque, donna uomo o bambino, amico o nemico, gli si parasse davanti.

Simile a una bestia selvaggia, dedito alla morte e ossessionato dai suoi demoni – l’Ombra scura e non integrata con cui ciascuno di noi deve vedersela, pena la morte spirituale, – Angulimala scende nel suo inferno e si lascia abbracciare totalmente dalle sue tendenze distruttrici e  violente: è solo, diviso da tutti, odiato da tutti. Non sa cosa sia l’amore e la compassione, poiché tali qualità non gli erano mai state mostrate, neppure dal Guru Bramino. Addirittura arriva a pensare che la sua opera sia compassionevole e buona, dettata dal più alto conseguimento spirituale. In fondo, pensava, togliere la vita significa togliere la sofferenza, si giustificava. L’Ombra in tutto il suo splendore, che reclama il ripetersi dello stesso percorso, delle stesse azioni.  Il Karma è azione: come  un riversarsi delle nostre energie verso gli aspetti più tormentati della nostra psiche, le macchie, le oscurità, le ombre irrisolte che non si riesce a integrare, e che siamo condannati, per sempre, a rimettere in scena, in ogni nostro contatto e relazione. Il karma. Amore….ce n’era tanto in quell’assassino, solo che questo amore aveva preso la forma del dolore. Solo che lui, e noi, invece di fare esperienza della totalità, facciamo esperienza in fin dei conti della ferita sottostante a tutte le ferite, quel magma profondo e misterioso che ci anima senza essere visto, che sta lì da tempo immemorabile e tesse, tesse, tesse le sue storie.

Tutta questa storia è un confronto con l’Ombra in piena regola. E Angulimala, proprio attraverso questo confronto, dissolve il suo karma. Nei testi Pali si dice che Angulimala soltanto attraverso l’estinzione del suo karma precedente avrebbe potuto liberarsi:

Avendo esaurito il mio kamma
che mi avrebbe fatto rinascere
in reami infernali,
toccato dal frutto di [quel] kamma,
pagato il debito, mangio il mio frutto

canta felice quando, ormai monaco e convertito, racconta la sua storia.

Scrive lo psicanalista  Haule: ‘L’amante demonico è il risultato della mancata differenziazione dell’Animus -o Anima- dall’Ombra. L’amore verso gli altri è contaminato da tutto ciò con cui desideriamo non avere a che fare (l’Ombra). ‘

Non è possibile nessuna avanzamento, nessun amore e nessuna compassione se non ci si confronta con questa Ombra, questo fardello di oscurazioni – ferite che nutrono l’Ego nel modo più subdolo, e con il quale occorre confrontarci sul filo della dissoluzione di sé. Nutrire il demone, dice Machig, amarlo e dargli quello che vuole: una terrificante impresa in cui ci troviamo ogni volta che agiamo spronati dalle fantasie egocentriche invece che mettere a fuoco la reale natura dell’esperienza che stiamo facendo. Allucinati, come lo era Angulimala.

E poi incontra il Buddha.

 E così  Ahimsaka il buono, consegnandosi al suo lato oscuro cambia nome e diventa Angulimala, il collezionista di dita. E  continua le sue uccisioni per lungo tempo, avvolto fino in fondo, a tutti gli effetti, nel suo peggior incubo. Poi con un formidabile incrociarsi di eventi sincronici, il karma di Angulimala matura. I soldati del Re lo cercano per giustiziarlo; sua madre nonostante il divieto del marito bramino si inoltra nella foresta per avvertirlo;  e lui, Angulimala, si rende conto che gli manca un solo dito per completare l’opera. Un solo dito, ancora solo una vita. Intanto il Beato sente l’estremo pericolo in cui si trova Angulimala e magicamente corre a soccorrerlo. A nulla valgono gli avvertimenti degli abitanti dei dintorni, il Beato sa che questo uomo che chiamano Angulimala è legato a lui da precedenti incontri karmici, in cui la Compassione non l’aveva mai avuta vinta sulla Forza. Così il Beato va, e all’improvviso appare, luminosissimo, davanti al feroce ladro di dita, proprio nel momento in cui sta per lanciarsi sulla madre per ucciderla. E Angulimala lo fissa, e corre corre verso di lui per farlo a pezzi, senza riuscire ad avvicinarsi, poiché il Buddha si sposta velocemente cammnando piano,  sempre al di là del suo coltello. E a questo punto, qualcosa si muove in lui, qualcosa si stanca, si spezza, e lui fa una semplice richiesta: di fermarsi.

angulimala and the buddha‘Fermati, monaco! Smettila!’

E il Beato:’ Ma io mi sono fermato, Angulimala. Fallo anche tu.’

Ed ecco il dialogo, come è riportato nel Sutta Nikaya:

Angulimala:]
“Mentre avanzi, asceta,
affermi, ‘Mi sono fermato’.
Ma quando io mi fermo
non avanzo.
Ti chiedo cosa vuol dire:
Come ti sei fermato?
Come io non avanzo?
[Il Buddha:]
”Mi sono fermato, Angulimala,
una volta e per sempre,
avendo eliminato la violenza
verso tutti gli esseri.
Così mi sono fermato
mentre tu, invece, avanzi.”
[Angulimala:]
“Per venerare il sommo veggente
mi sono recato nella grande foresta.
Dopo aver ascoltato i tuoi versi
in linea con il Dhamma
ho deciso
di abbandonare il male.”

Dopo aver parlato, il bandito
gettò la sua spada e le sue armi
da una rupe
in una voragine,
una fossa.
Poi il bandito si prostrò
rendendo omaggio al Sugata,
e in quel luogo chiese di intraprendere il sentiero,
il Risvegliato,
l’onniveggente compassionevole,
il maestro del mondo, con i suoi deva,
gli disse:
“Vieni, monaco.”
Così fu ordinato
ed entrò nel Sangha.

Quando una persona
si risveglia alla consapevolezza,
essa illumina il mondo
come la luna che emerge da dietro le nubi.

Quando una persona
lascia l’errore per la virtù
essa illumina il mondo
come la luna che emerge da dietro le nubi.

Quando il monaco novizio
prende rifugio
nel Buddha:
egli illumina il mondo
come la luna che emerge da dietro le nubi.

Possano anche i miei nemici

ascoltare il Dhamma.
Possano anche i miei nemici
prendere rifugio
nel Buddha.
Possano anche i miei nemici
frequentare quelle persone
che – pacifiche, buone –
insegnano agli altri il Dhamma.
Possano anche i miei nemici
ascoltare più volte il Dhamma
da coloro che praticano la tolleranza,
l’astinenza,
la compassione,
e praticare i loro insegnamenti.

In questo modo sicuramente non recherà nessun danno
né a me né agli altri;
raggiungerà la suprema pace,
proteggerà sia il debole sia il forte.

Come il contadino incanala l’acqua,
come il fabbro raddrizza le sue frecce,
come il falegname lavora il legno,
così il saggio lavora se stesso.

Alcuni vengono educati con bastoni,
pungoli e fruste,
invece senza bastoni o altre armi
sono stato educato dall’Equanime.

“Il pacifico esecutore” è il mio nome,
perché agisco senza nuocere.
Oggi rendo onore al mio nome
perché non reco danno a nessuno.

Un bandito
ero,
il famoso Angulimala.
trasportato dal grande flusso,
presi rifugio nel Buddha.

Con le mani macchiate di sangue
ero,
il famoso Angulimala.
Osserva come ho preso rifugio!
Sradicata è [la brama],
causa di continue rinascite.

Avendo esaurito il mio kamma
che mi avrebbe fatto rinascere
in reami infernali,
toccato dal frutto di [quel] kamma,
pagato il debito, mangio il mio frutto.

Si smarriscono nella distrazione
– stolto, confusi –
mentre il saggio
fa tesoro della presenza mentale
che ha coltivato
come il più prezioso delle ricchezze.

Non abbandonare la presenza mentale,
non perderti nella sensualità. –
perciò una persona presente mentalmente,
assorta nei jhana,
raggiunge un proficua felicità.

Questa felicità sarà lieta e durevole,
non vi saranno più pensieri malvagi in me.
Fra le varie qualità ben sviluppate,
ho raggiunto
la migliore.

Questa felicità sarà lieta e durevole,
non vi saranno più pensieri malvagi in me.

La triplice conoscenza
è stata ottenuta;
gli insegnamenti del Risvegliato,
compiuti.

Molte volte ho dimorato
con mente agitata –
nella foresta,
ai piedi di un albero,
sui monti, nelle caverne –
sereno adesso riposo, dimoro,
sereno vivo la mia vita.
O, il Maestro mi ha mostrato la compassione!

Prima, ero di stirpe bramana,
di alta nascita.
Oggi sono il figlio
del Sugata,
il re del Dhamma,
il Maestro.

Senza brama, senza attaccamento,
le porte dei sensi sotto controllo, ben concentrato,
avendo ucciso la radice del male,
ho distrutto tutti i veleni della mente.

Il Maestro che ho servito;
il Risvegliato,
il compiuto;
il pesante fardello deposto;
la guida del divenire [cioè la brama] sradicata.
La meta per cui ho lasciato
la casa per l’ascetismo
è stata raggiunta:
la fine
di ogni legame.

E questa è la storia di Angulimala che correva e alla fine si fermò.

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