Cercando il senso, cielo e terra si dividono.

Poema su ICHING-J.L. Borges

Sono là i giardini, i templi e la giustificazione dei templi,
la retta musica e le rette parole,
i sessantaquattro esagrammi,
i riti che sono l’unica sapienza
che concede il Firmamento agli uomini,
il decoro di quell’imperatore
la cui serenità fu riflessa dal mondo, suo specchio,
in modo che i campi davano i loro frutti
e i torrenti rispettavano i loro argini,
l’unicorno ferito che ritorna per segnare la fine,
le segrete leggi eterne,
il concerto dell’orbe;
quelle cose o la loro memoria sono nei libri
che custodisco nella torre.

I tartari arrivarono dal Nord
su piccoli puledri chiomati;
annientarono gli eserciti
che il Figlio del Cielo aveva mandato per punire la loro empietà,
innalzarono piramidi di fuoco e tagliarono gole,
uccisero il perverso e il Giusto,
uccisero lo schiavo incatenato che vigila la porta,
usarono e dimenticarono le donne
e perseguirono verso Sud,
innocenti come animali da preda,
crudeli come coltelli.
Nell’alba incerta
il padre di mio padre salvò i libri.
Essi sono qui nella torre dove giaccio,
ricordando i giorni che furono di altri,
quelli altrui e antichi.

Nei miei occhi non ci sono giorni. Gli scaffali
sono molto alti e non li raggiungono i miei anni.
Leghe di polvere e di sogno circondano la torre.
Perché ingannarmi?
La verità è che non ho mai saputo leggere,
ma mi consolo pensando
che l’immaginario e il passato sono ormai la stessa cosa
per un uomo che è stato
e che contempla quello che fu la città
e adesso sta diventando di nuovo il deserto.
Che cosa mi impedisce di sognare
di aver disegnato con diligente mano i simboli?
Il mio nome è Hsiang. Sono colui che custodisce i libri,
che forse sono gli ultimi,
poiché non sappiamo nulla dell’Impero
e del Figlio del Cielo.
Sono là, sopra gli alti scaffali,
vicini e lontani a un tempo,
segreti e visibili come gli astri.
Sono là i giardini, i templi.

(da Elogio dell’ombra, 1969)

 

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