Cercando il senso, cielo e terra si dividono.

Lampi sul sentiero.

Sole Nero – Lorenzo Ostuni.

E’ l’autunno delle Certezze e dei loro preti. I patriarchi dell’Esattezza e i cortigiani dell’Eternità se ne vanno: sono sinistramente monocoli, pericolosamente guerci. Hanno creduto e ci hanno fatto credere di essere giganti; ma appena abbiamo voluto determinare l’altezza del sole essi si sono rivelati per ciò che sono: ombre allungate di nani. Qui nasce la tua capovolta verità, qui trova ruolo il tuo Sole Nero. Lascia pure che esso, col suo ghiaccio ardente, ti marchi l’anima. Nell’evo antico ‘illuminazione’ significava vedere figure luminose e sviluppare, per superiore grazia e per interiore ascesi, la Radiosità Intrinseca. Nel mondo moderno significa rendere conscia l’oscurità, l’ombra.

Rendere conscia l’ombra può essere paragonabile a realizzare la Radiosità Intrinseca?  I nuovi pretini della psiche sono forse all’altezza degli antichi pretoni dello Spirito? Certo, un pretone induce più soggezione di un pretino, in ogni caso è salutare sfuggire a entrambi. L’ ‘ino’ ti vuole insegnare la coscienza, l’ ‘one’ ti vuole insegnare la luce: ma si può essere tanto prepotenti impunemente, tanto presuntuosi per partito preso?

Lorenzo Ostuni, 99 Chimere – Ed. Tecniche Nuove

 


L’anima è eterna, la rinuncia non è una catastrofe – Yosuke Iida

Un suggerimento per chi si trova in una situazione di estrema difficoltà.

Prima di tutto correggiti fino in fondo secondo l’amore che senti nel cuore perfettamente sincero, senza giustificazione. Cerca di non creare situazioni o anche rapporti umani che possano diventare la causa degli attacchi. Per questo occorre abbandonare i desideri personali anche se sono belli, l’amore è fatto di infinita pazienza. La rabbia serve solo a peggiorare la situazione. L’anima è eterna, la rinuncia momentanea non è una catastrofe. Coltiva amore in silenzio, rivolgiti alla luce, solo alla luce. È ora di pazientare, fa parte del percorso dell’anima. Rivolgiti solo alla luce in silenzio. È sbagliato reagire con l’impulsività. Rileggi questo testo quando ne hai bisogno. Queste parole sono belle, ma solo quando le metti in pratica prendono finalmente vita. Se abbandoni le aspettative non cadi nelle provocazioni, ma porti sempre la speranza.

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Gli echi del silenzio.

I silenzi sono tutti diversi  e ciascuno di loro ha un significato. C’è il silenzio della foresta, al mattino, molto diverso dal silenzio di una città addormentata. C’è quel silenzio dopo il temporale e quello prima del temporale, che sono diversi tra loro. C’è il silenzio del vuoto, il silenzio della paura, il silenzio del dubbio. Ci sono silenzi che scaturiscono dagli oggetti  inanimati, come quello di una sedia appena usata, o di un pianoforte  con i tasti coperti di antica polvere. Ogni oggetto di cui ci serviamo, per lavoro o diletto, ha il suo silenzio. Questo silenzio parla. La sua voce è  malinconica, ma non sempre; la sedia potrebbe essere stata usata da un bambino felice,  le ultime note suonate  dal piano potrebbero essere state potenti e passionali. Qualunque sia l’umore e la circostanza, la sua essenza riposa nel silenzio che segue. E’ un’eco senza suono.

 

 


Il Sé – Carl G. Jung

In qualche luogo c’era una volta un Fiore, una Pietra, un Cristallo, una Regina, un Re, un Palazzo, un Amante e la sua Amata, e questo accadeva molto tempo fa, in un’isola nell’oceano cinque mila anni fa….Questo è l’amore, il Fiore Mistico dell’Anima. Questo è il Centro, il Sé.

C.Jung, Commento al Libro tibetano della grande liberazione.

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Casa dell’Unificazione- C. G. Jung

Immaginate un uomo tanto coraggioso da ritirare tutte le sue proiezioni: egli è un individuo cosciente della enormità della sua ombra. Un uomo simile si è caricato di nuovi problemi e conflitti. Egli è diventato un serio problema per se stesso, poiché è impossibile per lui dire che gli altri fanno questo e quello, che sbagliano e che devono essere combattuti. Egli vive nella ‘Casa dell’Unificazione’.Un uomo simile sa che qualunque cosa erronea nel mondo si trova dentro lui stesso, e che soltanto se viene a patti con la sua ombra egli può fare qualcosa di vero per il mondo. Egli riesce a farsi carico almeno di una infinitesima parte dei giganteschi problemi sociali irrisolti del nostro tempo.

C.G. Jung – Psicologia e Religione, 1938.

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La Testa in Cielo – Claudio Naranjo

Secondo Lei, qual è il più grande problema del mondo?

Il virus del linguaggio. Si guarda tutto attraverso un eccesso di giudizio. Non viviamo in forma naturale, ma attraverso concetti intermedi, di ciò che dovrebbe essere e di come dovrebbe essere. E il denaro. Al giorno d’oggi, l’unica cosa grande è il denaro. E’ come se la gente diventasse pazza per il denaro. Come diceva Antonio Machado, solo uno sciocco confonde valore e prezzo.

Che cos’è la realtà?

L’esperienza vissuta. Ma l’esperienza umana è come una cipolla. Ci sono cose profonde e superficiali, anche nel mondo emozionale. Per un mistico, la realtà è la sostanza della coscienza. L’essere è la realtà. E la gente non ha questa esperienza dell’essere. La gente generalmente cerca  l’essere dove non c’è: nel piacere,nell’intensità, nell’avere. Quasi tutta la loro vita è  in un senso di deficit, perché non sanno di esistere. Una persona che è arrivata a se stessa è quella che è arrivata a capire che cos’è.

Lei lo ha scoperto nel deserto?

E’ stato la mia sala parto. L’inizio di una nuova vita. Io ero un cercatore assetato, mi ero avvicinato a molti maestri, ma non avevo messo la testa nel cielo, eccetto che con alcune esperienze psichedeliche. Nel deserto iniziò la possibilità di entrare in contatto con il divino, lo si chiami come lo si chiami, perché non simpatizzo con quelli che parlano di Dio.

Dio non è di moda.

E con ragione, perché si è usato il suo nome più che invano. Il nome di Dio lo hanno usato molto i banditi.

E Lei, cosa vuole essere quando sarà più grande?

Io sono già arrivato in cielo e l’ho perso. Mi piacerebbe concludere il ritorno sulla terra. Seminare qui, sulla terra, ciò che ho trovato in cielo. Sto crescendo, sono in evoluzione. Per esempio, ogni volta parlo con più fluidità. Mi piacerebbe anche avere un cuore più grande, essere più utile agli altri ed essere al servizio di ciò che mi dica la vita.

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Evoluzione – Dean Radin

La storia dell’umanità è la storia della lotta contro la superstizione. Cos’è la superstizione? Niente altro che ignoranza sul modo in cui funziona il mondo. Quindi, ogni volta che facciamo un passo nella direzione opposta all’ignoranza è un’evoluzione della mente.

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Volontà – Lorenzo Ostuni

Se vuoi analisi, otterrai analisi.

Se vuoi oracolo, otterrai oracolo.

Se vuoi conoscenza, otterrai conoscenza.

Se vuoi iniziazione, otterrai iniziazione.

Se vuoi illuminazione, otterrai illuminazione.

Se vuoi trasfigurazione, otterrai trasfigurazione.

Se vuoi trasmutazione otterrai trasmutazione.

Se vuoi transustanziazione, otterrai transustanziazione.

Lorenzo Ostuni – L’amore guarisce la vita.

 

 


Il pensiero del cuore.

Dove il pensiero del cuore si è corrotto si trasforma in quelle che sono le moderne malattie cardiache: la sentimentalità del personalismo, la brutalità dell’efficienza, il delirio di grandezza del potere, e le facili effusività religiose.
J. HILLMAN- L’anima del mondo.
Eminence grise- F Leclerc du Tremblay

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Warwick Goble- Bengali Tales

“She took up the jewel in her hand,left the palace , and succesfully reached the upper world.”

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Folk tales of Bengali – Rev. Lal Behari Day- 1912 with Illustration of Warwick Goble.

 


La Triade – Confucio

Solo chi in questo mondo è perfettamente fedele a se stesso

può sviluppare pienamente la sua natura.

Essendo capace di sviluppare pienamente la sua natura

egli è capace di dare pieno sviluppo alla natura degli altri esseri umani.

Essendo capace di dare pieno sviluppo alla natura

degli altri esseri umani

egli è capace di dare pieno sviluppo alla natura

delle altre cose viventi.

Essendo capace di dare sviluppo alla natura delle altre cose viventi

egli partecipa con il Cielo e la Terra al potere

che trasforma e nutre.

Essendo capace di partecipare al potere che trasforma e nutre del Cielo e della Terra

egli forma una triade con il Cielo e la Terra.

Confucio- Centrality and Communality (Zhongyong)


Una crisi spirituale – Al Ghazali

Poi considerai le circostanze della mia vita e vidi come ero invischiato negli attaccamenti. Considerai le mie attività, prima di tutto di insegnante e guida,e mi resi conto che con esse io mi dedicavo a conoscenze poco importanti e che non contribuivano all’ottenimento della vita eterna.

Poi esaminai il motivo che mi spingeva ad insegnare, e compresi che esso non era un puro desiderio per le cose divine, ma che l’impulso che mi spingeva era il desiderio di  una posizione influente e il riconoscimento pubblico. Vidi con sicurezza di essere sull’orlo di una duna di sabbia che stava crollandomi sotto i piedi e il pericolo imminente delle fiamme infernali, se non avessi raddrizzato il mio cammino.

Per un po’ di tempo riflettei continuamente su questo, mentre  la questione restava irrisolta. Un giorno mi risolvevo a lasciare Baghdad e farla finita con le circostanze avverse, il giorno dopo abbandonavo la decisione presa. Mettevo un piede avanti e tiravo l’altro indietro. Se alla mattina provavo un genuino desiderio per la vita eterna, a sera l’attacco di una schiera di desideri mondani lo riduceva all’impotenza. I desideri mondani lottavano per mantenermi in catene là dov’ero, mentre la voce della fede chiamava: ‘ In marcia! In marcia! Ciò che ti resta da vivere è poco e il viaggio è ancora lungo. Ciò che ti tiene occupato, sia intellettualmente che praticamente, non è altro che ipocrisia e delusione. Se non ti prepari ora per la vita eterna, quando ti preparerai? Se non tagli ora questi attaccamenti, quando li taglierai?” A questo, l’impulso si agitava e prendevo la risoluzione di partire.

Subito, allora, tornava Satana: ”Questo è un umore passeggero’ diceva ‘non arrenderti ad esso, poiché sparirà presto. Se gli cedi e lasci la tua posizione influente, e queste circostanze così comode e dignitose, libere da preoccupazioni e problemi, se lasci questo stato di sicurezza in cui sei  in salvo dai tuoi avversari, poi vorrai tornare indietro e non sarà facile allora ritornare a tutto questo.”

Per quasi sei mesi fui diviso continuamente tra il desiderio dei beni mondani e l’impulso verso la vita eterna. Nel Luglio del 1095, la questione non fu più di scelta, ma divenne compulsiva. Dio mi fece seccare la lingua, sicchè non potevo leggere ad alta voce. Un giorno in particolare mentre mi sforzavo di leggere per i miei discepoli non fui capace di pronunciare una sola parola, né di fare alcunché.

Questo ostacolo nel parlare produsse nella mia mente grande pena e negli stessi giorni fui impossibilitato a digerire cibo e bere, eccetto che un sorso d’acqua e appena un morso di cibo. Mi indebolii talmente che i medici alzarono le mani, poiché non trovavano nessun trattamento utile. ”Questa malattia ha origine dal cuore – dicevano- e da là si è diffusa nel corpo, l’unica cura è che l’ansia che attanaglia il cuore sia alleviata”.

Allora, percependo la mia impotenza e avendo completamente perso la possibilità di scegliere, presi rifugio in Dio l’altissimo, che mi guidasse.  Ed Egli mi rispose.  ‘ Egli risponde a chi afflitto si affida a lui’. (Corano 27, 63).

Egli rese facile al mio cuore di voltare le spalle alla posizione e alla ricchezza, ai figli e agli amici. Dichiarai pubblicamente che lasciavo Baghdad e così feci.

Deliverance from Error (al Ghazali Munquidh) – W. Montgomery Watt 1994

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Una delle ragioni.

*Nathan Schwartz-Salant

Jung afferma che il Sé è sia corpo sia psiche, e che il corpo ne è solo la manifestazione esteriore. Aggiunge che l’anima è la vita del corpo: se non si vive nel proprio corpo, se nella vita non è rappresentato nella sua unicità, il Sé si ribella.

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Le belle frasi – Abu al Gunayd ( ? – 989 )

Le belle frasi sono state effimere

si son dissolte le oscure allusioni:

nulla ci è stato utile se non qualche genuflessione

fatta nel cuore della notte.

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Al Gunayd è un celebre sufi, morto a Baghdad nel I secolo d.C. Gli scritti che  sono giunti fino a noi sono di difficile comprensione per gli studiosi, perchè carichi di metafore e oscure allusioni. La via da lui insegnata era fondata sulla sobrietà (sahw) sia nella condotta quotidiana sia nel dominio dell’esperienza interiore, in opposizione alla via ebbra (sukr) che praticavano altri sufi. La sua  comprensione della realtà mistica  era basata ”sull’isolare l’eterno da ciò che è generato nel tempo” e la sua capacità di saper comunicare tale esperienza agli altri ne fecero uno dei più esimi esponenti della setta, tanto che un suo contemporaneo di lui scrisse: ‘Se l’intelletto fosse un uomo, avrebbe la forma di Gunayd’ .

La sobrietà era il fondamento della sua dottrina. Dopo essere entrato in contatto con il divino e la propria interiorità l’uomo comincia a spogliarsi di tutto il superfluo e  attraverso la relazione d’amore con Dio giunge ad uno stato di risveglio in cui ” dopo non esser stato sarà là dove è stato. E allora sarà completamente se stesso.” . Così spogliato da tutti gli offuscamenti, l’uomo raggiunge lo stato estatico di unità spirituale e allora  poco importa quale attività  compia, egli la compie in uno stato mistico, e dimora tra le creature come una di loro, in modo da svolgere nel mondo la sua attività.

Al Gunayd sembra avesse anche virtù visionarie, uno dei segni della gnosi. Al suo funerale, avvenuto a Baghdad in data incerta (297 /989) parteciparono sessantamila persone.

Si racconta che Gunayd dopo la sua morte fu visto in sogno, e gli fu chiesto: ‘Che notizie, Abul Quazim?’

Rispose: ”Le belle frasi sono state effimere, si son dissolte le oscure allusioni: nulla ci è stato utile se non qualche genuflessione fatta nella notte”. Un monito a trovare con indomita volontà il proprio centro interiore, al di là di parole e teorie, riunendosi a un divino che è sempre presente in noi. Bisogna restare nudi con se stessi, diceva non so più chi.


Strappare l’erba.

Scendere sulla terra, nell’inesauribile fare  cose, e farle fino a che il corpo regge. Un tempo ci si raccontava, si narrava di sé, sembrava senza fine il fiume dei ricordi, delle immagini. Tutto il mondo era contenuto nel racconto del proprio pensiero, il tempo conteneva solo questa storia – la propria storia – in cui c’era sempre qualcosa da dire, da proclamare e spiegare. Tenevi un diario, un tempo. Tutte le pagine scritte per descrivere i movimenti dell’anima, tempi biblici, di mesi e anni. L’impulso irresistibile di raccontarsi, lo sguardo rivolto all’interno.

Poi la discesa sulla terra, e cominciare a fare. Perché è l’unico modo in cui è possibile incontrare l’altro. Il dire di sé non avvicina gli uni agli altri, crea legami la cui natura può avere ombre e luci, può aiutare a conoscere se stessi ma anche a perdere di vista l’altro, può diventare un monologo in cui ciascuno racconta di sé cercando dei punti in comune con altre storie.Lo scambio di punti di vista, il dialogo reciproco. Ma se fosse un monologo senza fine? Se, invece di essere solo e soltanto concentrati sulla propria piccola vita, si cominciasse ad ascoltare l’altro senza fare paragoni con quello che si è, si è stati, si vorrebbe essere?

Alcuni non dicono mai ‘chi sono’ ‘che ho fatto’, ma osservano, e capiscono. Per alcuni non sono importanti i tuoi trascorsi, quello che credi di essere o sapere, non sono interessati alle tue parole. Ogni momento è nuovo, pregnante, vivo, come quando inizia un buon giorno con il sorriso sulle labbra, perché qualunque cosa sia accaduta ieri, è morta e finita. E così, si riparte sempre da zero, come se il rapporto si basasse su genuino interesse e non su polverose proiezioni.

Occorre tener care queste persone, e farsi guidare da loro tra le strette curve della vita, in quei momenti bui quando ciò di cui  si parla riguarda sempre e solo  se stessi, sciorinando le proprie malinconie, i propri tragici eventi. Il grande affare, diceva Chogyam Trungpa: ci crediamo tutti molto importanti, nel nostro travagliato percorso ‘spirituale’ e di vita. Crediamo sempre che il mondo debba rifornirci e ripagarci di qualcosa, e che  nel mondo sempre ci sia qualcosa  che non va bene ed è imperfetta, troppo imperfetta, per noi. Crediamo inoltre che il mondo debba ricevere il nostro contributo sottoforma di parole, consigli, solidarietà, perché noi siamo buoni, così buoni che facciamo bene anche agli altri. Questa supponenza, questa presunzione, questa  mancanza di ricettività, con IO sempre al centro di tutto, sia nel parlare che nell’ascoltare.

Invece scendere sul terreno fondamentale dell’azione ci fa recettivi. Io e le cose siamo in relazione, in cui si genera movimento, in cui si usa ciò che si deve, senza niente altro di superfluo: strappare l’erba, lavare i piatti, stendere il bucato. Gesti esatti, necessari, nessun superfluo peregrinare. Portare a termine un certo lavoro prima, poi iniziarne un altro. In successione, cominciare da ciò che si vede per prima e continuare a muoversi allo scopo di creare qualcosa di bello, nuovo, solido.

Un tizio occidentale andò sulle azzurre montagne dello Yunnan, dove gli eremiti abitano tra le nuvole, e qui si stabilì per qualche tempo con un vecchio e saggio maestro. Un giorno zappavano in giardino, togliendo le erbacce e seminando. Il tizio pensò che in fondo quello che stavano facendo era una perdita di tempo e che le cose veramente importanti il vecchio maestro non le aveva ancora fatte vedere. Quindi chiese: ‘Nel frattempo che lavoriamo, non puoi darmi degli insegnamenti?’

Allora il vecchio rispose, mentre allontanava i sassi dal solco, che quello che stavano facendo era l’insegnamento. Non ce n’era un altro migliore.

Lui capì. Infatti dopo un lungo silenzio, la domanda che il tizio occidentale rivolse al saggio riguardava un ‘erba, che era così bella e profumata e che  lui non sapeva se doveva o no strappare via.

Il fare si era portato via tutto il biasimo e l’avidità della mente.

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Quando l’anima è affamata.

Quando l’anima è costretta e rinunciare al tesoro, alla sua creatività, quando l’anima è affamata, allora deve  trovare qualunque cosa che le consenta di riportare in vita ciò che la nutre. Nessuno può restare lontano dal suo cibo. Nessuno può esistere senza nutrire il profondissimo spazio in cui -un tempo- si è assaporata la gioia. Giacchè il tempo della gioia è venuto, almeno una volta, per tutti e giacchè tutti ne abbiamo ricordo, e tendiamo…per sempre…a cercare di ritornare a quel tempo, a quel momento, che rappresenta per noi il Giardino dell’ Eden.  Allora mettiamo in atto la proiezione.

Scrive Perls: ‘Se si riflette bene, la proiezione è una difesa ma è anche una procedura fisiologica di ricostruzione del passato: qualsiasi passato. La proiezione è rievocazione, cioè è memoria associativa in atto, sia pur inavvertita.”

Il tentativo di rievocare e ricreare la situazione di massima espressività animica- è il tentativo di riappropriarsi della propria essenzialità, il nucleo pulsante da cui parte e si mette in moto la nostra vita psichica. Niente accade al di fuori e oltre questa dinamica. Nessuna azione e pensiero, emozione e sentimento è estraneo a questo sforzo verso il ricongiungimento al sé. Talvolta riunirsi all’anima comporta tentativi pericolosi, percorrenze dolorose, in cui rifare a ritroso il cammino verso l’anima, dopo che ne siamo stati allontanati; significa imbatterci in situazioni e persone significative che sono il nostro perturbante; significa scavare dentro al rimosso, l’inaccettabile, ciò che Jung definisce l’Ombra.  Perché se è vero che abbiamo vissuto con l’Anima e cerchiamo il ritorno ad essa, è vero anche  che siamo partiti e ce ne siamo distaccati e che la vita ha composto un grande labirinto per noi, in cui ci siamo perduti e di cui cerchiamo l’uscita. E sono accadute infinite cose, nel frattempo, che non possono essere cancellate. Non siamo e saremo mai più quelli di prima, mai più bambini ingenui e con gli occhi innocenti…mai più. Il tentativo di ripristinare il contatto con l’Anima è destinato a a fallire se neghiamo innanzitutto ciò che siamo qui e ora, con le nostre storie e tutto ciò che abbiamo fatto, buono o cattivo riteniamo sia.

Tornare all’integrità iniziale significa riconoscere che tutta la nostra esperienza ruota intorno al centro.  Dal centro all’esterno i movimenti si compiono in una danza di cui siamo inconsapevoli. Prendiamo fuori ciò che serve al movimento verso l’Anima, diamo all’esterno ciò che ci serve per ritornare all’Anima. Sempre ci guida questa urgenza, questa pulsione verso e attraverso, e tutta l’energia che impieghiamo per sorreggere, strutturare, arginare e difendere questo processo di ricongiungimento è ciò di cui è fatta la nostra vita.

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Congiunzione degli opposti – J. Hillman.

E’ un’esperienza abbastanza frequente: ad ogni nuova mossa psichica, immediatamente udiamo le voci dell’Animus che ce ne distrae, spiritualizzando l’esperienza in astrazioni, cavandone fuori il significato, trasferendolo nelle azioni, dogmatizzandolo in principi generali, o usandolo per dimostrare qualcosa. Dove Anima è più viva, lì fa il suo ingresso Animus.

Analogamente, quando siamo impegnati nel lavoro intellettuale, o immersi in meditazione, o risoluti a fronteggiare a piè fermo ogni avversità, ecco che Anima invade con immagini e paure, con le distrazioni di attaccamenti e legami, con telefonate, bisogni naturali impellenti, disperazioni suicide, oppure viene a turbare con interrogativi sempre più profondi e incognite inquietanti. Mossa da una nuova idea o da un nuovo impeto spirituale, ecco lì Anima, che vuole andare subito al personale, che vuol sapere: ”In che rapporto è?” , che chiede: ”E io, allora?”. Queste tormentose incursioni dell’anima nello spirito e dello spirito nell’anima sono la sigizia in azione. E’ questa la coniunctio.

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Maestri.

I maestri non sono facili da avvicinare. E certamente non sono sui social network a farsi pubblicità.

Le cose preziose si pagano e sono difficili, non si trovano su fb, su twitter o in un blog.

Un Maestro vero non ha tempo per scrivere all’ignoto lettore: lui non è un oggetto virtuale, ma una presenza reale e pochi possono arrivare a lui e vederlo di persona. Trovarsi con un maestro significa essere nudi, e non è facile.

Ayu Khandro viaggiava per mesi per ricevere un solo, unico insegnamento, nelle pianure desolate del Tibet. Noi dobbiamo essere come lei: solitari, incrollabili, determinati. Solo così non raggiungeremo nullità pubbliche, ma segrete discepolanze che possono nutrire e farci superare le asprezze e le difficoltà del karma. Perché il maestro è una benedizione, uno che indica la via e non vuole niente, né plauso, né pubblicità, né riconoscimento. Il Maestro agisce per il tuo bene: cosa difficilissima, che una persona ordinaria non può fare.

Le vie iniziatiche sono così…per tutti, ma non per tutti.


Il Tempio Silenzioso.

Shoichi era un maestro zen con un solo occhio, che insegnava nel tempio di Tofukuji a Kyoto. Il tempio era avvolto notte e giorno nel silenzio: nessun suono, nessuna voce, proveniva dai monaci; nel tempio si era rinunciato persino alla recita dei sutra. Non si faceva altro che meditare. Un giorno una vecchia nei dintorni sentì il suono di una campanella e la recita dei sutra e capì che Shoichi era morto.

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Coincidenze

Se vivi nel giusto si manifestano  coincidenze inattese, sorprendenti  e benefiche. Se non vivi nel giusto le anti-coincidenze si manifestano  in  modi inaspettati e tremendi, talvolta disastrosi. L’osservazione empirica delle coincidenze è il criterio per sapere se si vive o no nel giusto. Se le coincidenze si manifestano, sei nel giusto. Se non si manifestano , non sei nel giusto ed è meglio esaminare il tuo modo di vivere.

John Lilly – Simulations of God.

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Innamorati di chi ti ama.

Non esistono eventi ma pensieri

e le difficili svolte del cuore,

il suo lento imparare ad amare e chi amare.

Il resto non sono che storie e pettegolezzi per altri momenti.

ANNIE DILLARD, Holy the firm

Il silenzio, quando cede il mascheramento di cui ci si riveste per gli altri, è una nudità gioiosa e appagante. Non c’è più bisogno di fingere, soprattutto con se stessi, di avere certezze, di avere convincimenti. Ogni possibile delusione diventa un oggetto con cui poter interagire,  in cui il cuore, e non la mente, può calarsi e assaporarne la sostanza.

Che cosa trova, il cuore? Chi trova, il cuore? Semplice, il cuore trova chi ti ama, nessun altro, niente altro.

Innamorati di chi ti ama. Ama chi mostra uno spiraglio con cui tu possa rispecchiarti. Ne troverai tanti, che ti amano.

Ma la fregatura enorme è che rivolgiamo le nostre speranze e il nostro desiderio verso chi incarna il facile e semplice, per noi. Come se l’altro fosse lì per soddisfare le nostre speranze, nulla di più.

Non è terribile, questo?

Non è l’antitesi dell’amore?

Non saremo mai soddisfatti da qualcuno che è solo come noi immaginiamo. Non troveremo mai felicità nel delimitare l’amore a un solo piccolo momento, un solo aspetto (quello che ci piace), scartando tutto il resto. L’amore è difficile, è quasi impossibile. La delusione è inevitabile quando lui, o lei , è parte di un disegno che abbiamo in testa e che ci rifiutiamo di abbandonare.

Due che si amano si allontanano quando le visioni, il modo di essere sono inconciliabili; quanto egoismo, in questo. Yeshe Tsogyal visse per anni con un lebbroso, e gli diede la gioia. Questo era Amore: accettazione totale.

Il resto sono biasimo, rimuginii, autoflagellazioni.


Amarsi.

L’amore per se stessi è il fondamento dell’amore per gli altri. Ed è durissimo amare se stessi. Ogni volta che ci mancano le conferme da parte di qualcuno, ogni volta che siamo delusi e non siamo sicuri  e di questa insicurezza soffriamo, non ci amiamo. Dubitiamo. Non  vogliamo credere che il mondo, questo mondo che a volte ci atterrisce, e a volte ci attrae è esattamente quello che siamo noi, quello che siamo capaci di sperimentare. Noi rifiutiamo e rincorriamo le nostre stesse proiezioni, credendole indipendenti da noi. Qui c’è il bello, là c’è il brutto.  Ma essi sono dentro di noi, a definirci nella divisione, a condizionarci: li conosciamo bene, con i nostri princìpi, le nostre preferenze, le antipatie, le scelte. Scegliamo cosa amare e cosa odiare; e questa divisione interna, la vediamo anche fuori. E così non ci amiamo. Perché l’amore non sceglie, non distingue, non cerca. L’amore è lo stato di quiete in cui è possibile non soffrire più, non essere più insoddisfatti. Tutto è calmo, allora, e al suo posto. Non cambio nulla, accetto tutto: con l’amore non sono capace di sentire la malignità, non percepisco l’ ambiguità, non conosco il  dubbio. Quando tutto questo lo vediamo all’esterno allora vuol dire che ce li  portiamo dentro, espressioni dell’Ombra. Non ci amiamo, se ci sono dentro di noi i mostri dell’egoismo e della paura, che distorcono come una lente l’Altro, tutto l’altro. Siamo noi stessi  gli gnomi ghingnanti, o gli splendidi cavalieri che crediamo di vederci attorno. Noi siamo gli altri che giudichiamo con il nostro stesso metro, nel rispecchiamento infinito di volti che si scambiano il riflesso. Ed è’ facile pensare come è oscuro il mondo, quando in noi c’ è oscurità.

Perché devo amare l’Ombra? Perché il Chod si basa sul nutrire l’Ombra, il Demone, fino a che non è sazio? Integrarla, diceva Jung, portarla alla consapevolezza, dall’inconscio al conscio. Farla agire, in qualche modo farla uscire da dietro le quinte e riconoscere il suo bisogno, la sua ragione di esserci, la sua richiesta di venire alla luce,  anche a costo di cedere altri pezzi di noi, anche a costo di incarnarla, sul filo pericolosissimo della caduta nel magma inconscio: è un atto d’amore. Integrare l’Ombra  significa  amarla, e se lo facciamo è il primo vero atto di Amore possibile. Rinuncio a tutto, per Te / Me. Getto via l’orgoglio, getto via la gelosia, la rabbia, getto via la corazza, e mi consegno a quello che è. Persino il mio corpo, principe di tutti gli attaccamenti, io metto a servizio di questa opera. E faccio questo non come  un ennesimo atto egoistico, con la scelta di annullarsi masochisticamente, ancora vittime delle profonde proiezioni che provengono dall’Ombra stessa. No. Questo dono totale, questa resa con cui si nutre e si riconosce la ferita -ombra  è un sacrificio che chiede l’offerta di  una parte di sé – tutto ciò che abbiamo, totalmente- per nutrire ciò che è ferito, sofferente e solo: la nostra ferita, la nostra sofferenza, la nostra solitudine, l’oscuro cuore di tenebra che ci portiamo dentro.

Amarsi. E così, trovarsi. E’ il solo modo, l’unica scelta, per entrare nel  luogo dentro di noi in cui si è in pace.


‘Qual è dunque il tuo tormento?’ – S. Weil

Soltanto un essere predestinato ha la capacità di domandare a un altro: ‘Qual è dunque il tuo tormento?’ E tale capacità non la possiede dalla nascita. E’ necessario che egli trascorra anni di notti oscure, che erri nell’infelicità, lontano da tutto ciò che ama e con la sensazione di essere maledetto. Ma alla fine di tutto questo si sarà guadagnato la capacità di porre una tale domanda, e al tempo stesso, la pietra della vita sarà sua. Ora può guarire la sofferenza altrui.

Simone Weil a Joe Bousquet.


La via d’uscita.

 

Non c’è bisogno di una via d’uscita.

Non vedete che una via d’uscita fa parte anch’essa del sogno?

Tutto quello che dovete fare è riconoscere il sogno come sogno.

Nisargadatta Maharaj

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