Cercando il senso, cielo e terra si dividono.

Lampi sul sentiero.

Amarsi.

L’amore per se stessi è il fondamento dell’amore per gli altri. Ed è durissimo amare se stessi. Ogni volta che ci mancano le conferme da parte di qualcuno, ogni volta che siamo delusi e non siamo sicuri  e di questa insicurezza soffriamo, non ci amiamo. Dubitiamo. Non  vogliamo credere che il mondo, questo mondo che a volte ci atterrisce, e a volte ci attrae è esattamente quello che siamo noi, quello che siamo capaci di sperimentare. Noi rifiutiamo e rincorriamo le nostre stesse proiezioni, credendole indipendenti da noi. Qui c’è il bello, là c’è il brutto.  Ma essi sono dentro di noi, a definirci nella divisione, a condizionarci: li conosciamo bene, con i nostri princìpi, le nostre preferenze, le antipatie, le scelte. Scegliamo cosa amare e cosa odiare; e questa divisione interna, la vediamo anche fuori. E così non ci amiamo. Perché l’amore non sceglie, non distingue, non cerca. L’amore è lo stato di quiete in cui è possibile non soffrire più, non essere più insoddisfatti. Tutto è calmo, allora, e al suo posto. Non cambio nulla, accetto tutto: con l’amore non sono capace di sentire la malignità, non percepisco l’ ambiguità, non conosco il  dubbio. Quando tutto questo lo vediamo all’esterno allora vuol dire che ce li  portiamo dentro, espressioni dell’Ombra. Non ci amiamo, se ci sono dentro di noi i mostri dell’egoismo e della paura, che distorcono come una lente l’Altro, tutto l’altro. Siamo noi stessi  gli gnomi ghingnanti, o gli splendidi cavalieri che crediamo di vederci attorno. Noi siamo gli altri che giudichiamo con il nostro stesso metro, nel rispecchiamento infinito di volti che si scambiano il riflesso. Ed è’ facile pensare come è oscuro il mondo, quando in noi c’ è oscurità.

Perché devo amare l’Ombra? Perché il Chod si basa sul nutrire l’Ombra, il Demone, fino a che non è sazio? Integrarla, diceva Jung, portarla alla consapevolezza, dall’inconscio al conscio. Farla agire, in qualche modo farla uscire da dietro le quinte e riconoscere il suo bisogno, la sua ragione di esserci, la sua richiesta di venire alla luce,  anche a costo di cedere altri pezzi di noi, anche a costo di incarnarla, sul filo pericolosissimo della caduta nel magma inconscio: è un atto d’amore. Integrare l’Ombra  significa  amarla, e se lo facciamo è il primo vero atto di Amore possibile. Rinuncio a tutto, per Te / Me. Getto via l’orgoglio, getto via la gelosia, la rabbia, getto via la corazza, e mi consegno a quello che è. Persino il mio corpo, principe di tutti gli attaccamenti, io metto a servizio di questa opera. E faccio questo non come  un ennesimo atto egoistico, con la scelta di annullarsi masochisticamente, ancora vittime delle profonde proiezioni che provengono dall’Ombra stessa. No. Questo dono totale, questa resa con cui si nutre e si riconosce la ferita -ombra  è un sacrificio che chiede l’offerta di  una parte di sé – tutto ciò che abbiamo, totalmente- per nutrire ciò che è ferito, sofferente e solo: la nostra ferita, la nostra sofferenza, la nostra solitudine, l’oscuro cuore di tenebra che ci portiamo dentro.

Amarsi. E così, trovarsi. E’ il solo modo, l’unica scelta, per entrare nel  luogo dentro di noi in cui si è in pace.


‘Qual è dunque il tuo tormento?’ – S. Weil

Soltanto un essere predestinato ha la capacità di domandare a un altro: ‘Qual è dunque il tuo tormento?’ E tale capacità non la possiede dalla nascita. E’ necessario che egli trascorra anni di notti oscure, che erri nell’infelicità, lontano da tutto ciò che ama e con la sensazione di essere maledetto. Ma alla fine di tutto questo si sarà guadagnato la capacità di porre una tale domanda, e al tempo stesso, la pietra della vita sarà sua. Ora può guarire la sofferenza altrui.

Simone Weil a Joe Bousquet.


La via d’uscita.

 

Non c’è bisogno di una via d’uscita.

Non vedete che una via d’uscita fa parte anch’essa del sogno?

Tutto quello che dovete fare è riconoscere il sogno come sogno.

Nisargadatta Maharaj

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Cose sorprendenti.

Un anno è passato, torna di nuovo la costellazione di Nettuno, amata da Ryusbroeck, e i giorni diventano tiepidi e i pesci che durante i geli del rude inverno si raggruppavano insieme infreddoliti, si agitano e saltellano con infinita voluttà nelle acque.
Dal cielo immenso arriva luce che inonda il pavimento, forma quadrati scintillanti, e le strisce tenui di pulviscolo luminoso, sui libri, sugli strumenti ..la mia chitarra…che scintillano promettenti di delizie. Il tenebroso inverno sta passando. Scrivo, passeggio tra le cose che adesso, mi accorgo, mi circondano solidali, grazie ai lunghi pomeriggi in cui mi sono ritagliata il silenzio, in questi mesi. Come un chiostro, risuona la musica di Hildegarda, le voci che si alzano soffici come echi, come a cercare le stanze segrete dell’anima, dove si nasconde un dio.
Sono fragile, come un calice di cristallo, e trasparente. Mi accorgo solo ora di come si allontanano le cose, il passato, che ha la faccia  di quel monticello di libri che giorno per giorno è cresciuto, pagine che non parlano più e da mesi giacciono chiuse, in attesa. Un altro si è formato nel frattempo dal lato opposto, carte, libri, simboli, scatole con piume, con erbe secche, una pigna trovata in una passeggiata al gelo, che raccolsi senza motivo. Il mio mondo. Non ho rifiutato niente, me ne sono stata ad aspettare e a crescere mentre aspettavo, e adesso osservo come il tempo ha creato cose sorprendenti. Non ho fatto niente, ho aspettato e resistito. E’ stato un anno terribile, non pensavo di salvarmi. E invece sono qui, e sono grata. Queste lezioni concludono un percorso, un ciclo. A volte è così: si scende nel sottosuolo per risalirne diversi. E forse espiare un karma (ne sono convinta).

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Perdono.

Quando ero in carcere mi sono ammalato molto, molto gravemente. Avevo la tubercolosi e  altre malattie che non riesco nemmeno a ricordare. Ero vicino alla morte.
Alla mia destra c’era un prete che si chiamava Isku. Era stato abate di un monastero. Quest’uomo, forse 40 anni, era stato torturato in modo tale che ora stava morendo. Ma il suo volto era sereno. Parlava della sua speranza nel cielo, del suo amore per Gesù Cristo, della sua fede. Egli irradiava gioia.
Alla mia sinistra c’ era un comunistaaguzzino, che aveva torturato a morte questo sacerdote. Era stato arrestato dai suoi stessi compagni. Non credete ai giornali quando scrivono che i comunisti odiano solo i cristiani o gli ebrei non è vero. Sono pieni di odio. Odiano tutto. Odiano gli ebrei, i cristiani, odio odio antisemita, anticristi odio odio per tutti. Un comunista odia l’altro. Si denunciano l’un l’altro quando litigano tra loro, così li arrestano e li picchiano e torturano come tutti gli altri.
E così accadde che il comunistatorturatore che aveva torturato questo prete quasi fino alla  morte era stato sottoposto a torture dai suoi compagni. E moriva accanto  a me. La sua anima era in agonia.
A mezzanotte mi svegliai e mi disse: “Pastore, per favore pregate per me. Non posso morire, ho commesso questi peccati terribili.
Poi ho visto un miracolo. Ho visto il sacerdote agonizzante chiamare altri due prigionieri. E appoggiandosi  sulle loro spalle, piano, piano, passare davanti al mio letto, e sedersi sul letto di questo assassino e accarezzargli la testa Non dimenticherò mai questo gesto. Ho visto l’uomo assassinato accarezzare il suo assassino! Questo è l’amore: trovare affetto per lui.
Il sacerdote disse all’uomo: “Tu sei giovane; non sai cosa stai facendo. Ti amo con tutto il cuore. ” Disse solo quelle parole. Si può dire amore” ed è solo una parola di cinque lettere. Ma il vero amore è:“Ti amo con tutto il cuore.”
Poi continuò: “Se io, che sono un peccatore, ti amo così tanto, immagina Cristo che ha incarnato l’amore come ama! Anche con tutti i cristiani che hai torturato, Lui sa che ti perdono, ti amo e Gesù ama voi. Vuole perdonarvi molto di più di quanto voi desideriate. Vi chiedete se i vostri peccati possono essere perdonati. Lui vuole perdonare più di quanto volete che i vostri peccati siano perdonati. Egli vuole che siate con Lui in cielo molto più di quanto voi volete essere in cielo con lui. Egli è amore. Hai solo bisogno di rivolgerti a Lui e pentirti.
In questa cella della prigione, dove non c’era opportunità di solitudine, ho sentito la confessione del killer che era stato ucciso. La vita è più emozionante di romanzo ha scritto qualcuno. La vittima vicina alla morte ha raccolto la confessione del suo assassino. L’assassino ha chiesto alla vittima di pregare per lui.
Pregarono insieme, abbracciati e  poi il sacerdote tornò al suo letto. Entrambi gli uomini morirono quella notte. Era la vigilia di Natale. Fu per questo che ricordai come duemila anni fa Gesù nacque a Betlemme. Era la vigilia, nel corso della quale Gesù portò accanto a lui un killer comunista.
Queste sono cose che ho visto con i miei occhi.

Pubblicato sulla rivista AGAIN, settembre 1987.

traduzione dall’inglese


State con il respiro.

Mettete da parte del tempo per voi stessi. State con la vostra presenza mentale, state con il vostro respiro, così ogni volta che la gioia si manifesta potrete dire: “Ah, questa è gioia”. Ma sapete già che anche questa gioia è impermanente. Così non sarete troppo eccitati, perchè saprete che scomparirà presto. Ed è una cosa che dà forza poter sorridere alla vostra gioia e dire:”Cara gioia, io so che ci sei e che sei impermanente, e quando sparirai non sarò scombussolato. Tornerai di nuovo, lo so”. E anche quando la tristezza si manifesterà direte:”Ciao, cara mia vecchia amica, il tuo nome è tristezza. Io so che anche tu sei impermanente. So che ogni tanto vuoi stare con me, va bene, ma so che svanirai e che ci rivedremo in futuro”. Se saprete farlo, sarete forti, non sarete vittima della gioia e della tristezza.

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Thich Nhat Han


Destino.

Attiriamo quello che siamo e che cerchiamo.  Guardate Angulimala l’assassino, come fece in modo di venire in contatto con i suoi demoni, pur credendo di stare dalla parte del giusto. Noi crediamo sempre di essere dalla parte del giusto e che quello che stiamo facendo stia adempiendo al nostro concetto di giustizia. A volte siamo persino convinti di fare il bene degli altri, mettendoci dalla loro parte, in quella idea altamente astratta per cui dobbiamo fare del bene, come diceva il grande Trungpa. La compassione idiota. Io agisco secondo ciò che credo sia la cosa migliore per te. Tu sei lo specchio delle mie proiezioni e io vedo in te ciò che sono io. Vedo in te soltanto quello che posso riconoscere e confermare all’interno della mia esperienza. Niente di più. Se ci rendessimo conto che le cose che ci fanno soffrire sono il destino da cui non riusciamo a sottrarci, saremmo liberi. Ciò che non portiamo alla coscienza si manifesta come destino, scriveva Jung.


L’ultimo consiglio del cuore prima di morire- Tsele Natsok Rangdrol , Tibet 1608

Heart-in-IceIstruzioni orali del grande Vidyadhara prima che lasciasse il corpo fisico per andare nel Dharmadhatu.

Sempre ed in ogni situazione mi inchino e prendo rifugio nel sublime Maestro

ornato di infinita Compassione che è come la Gemma che esaudisce i desideri!

Per ottenere la completa Illuminazione, dopo essere entrati nella porta del Buddhadharma,

bisogna abbandonare ogni preoccupazione su questa vita!

Parenti, famiglia, amici e altre persone conducono la mente verso le mete evanescenti

delle attività mondane, offrendo tutti i tipi di consigli apparentemente affettuosi.

Ingannare te stesso con tutto questo si tradurrà soltanto in diversi ostacoli

per la pratica del Dharma. Quindi è essenziale non ascoltare le loro parole!

Oltre ad un Maestro qualificato non troverete nessuno che possa dare genuini consigli spirituali.

Se si vuole praticare veramente il Dharma è necessario fare in fretta i preparativi per la morte.

Oltre a ciò, una persona che intrattiene molti progetti provvisori e finali non sarà in grado di essere un praticante di Dharma.

La gente al giorno d’oggi esteriormente finge e cerca di piacere a tutti,

ma ciò dimostra solo che sono posseduti interiormente da Mara.

Affidatevi al Dharma e al vostro Maestro!

Ritiratevi in montagna e dimorate nelle valli deserte!
Rinunciate all’attaccamento per i piaceri di breve durata come cibo, vestiti e così via!

Tagliate i legami con  i membri più vicini della famiglia!

Gettate via tutta l’ adulazione ipocrita e  le manipolazioni!

Concentratevi acutamente su qualunque cosa il vostro Maestro dica!

In questo modo la  pratica del Dharma sarà pura.

In generale, le persone oggi cadono sotto il regno di Mara.

In particolare, le donne volubili e indolenti non seguono i consigli dei loro insegnanti

e invece assumono la guida della loro famiglia.

In questo modo  rimandano  ciò che sicuramente dovrebbero fare ora: lo studio e la formazione nella pratica del Dharma.

Sembrano essere prese prevalentemente in attività mondane inutili,

inchinandosi a parenti e amici, e simili.

Quindi occorre ‘tapparsi il naso” e non ascoltare gli altri!

Sinceramente prendete a cuore il fatto che l’ora della morte è incerta. Quindi sapendo che non c’è tempo da perdere, diligentemente applicatevi alla pratica spirituale!

La gentilezza dei vostri genitori può essere rimborsata solo attraverso la pratica del Dharma,

non vi è alcun beneficio nel ripagarli con conquiste mondane.

La gentilezza del vostro insegnante può essere rimborsata solo con la pratica della meditazione, nient’altro lo farà.

Gli esseri senzienti possono essere beneficiati solo attraverso la volontà di ottenere il Bodhichitta e facendo aspirazioni 

in paragone a questa qualsiasi altra azione immediata è di scarso beneficio.

Per quanto riguarda i vostri voti e samaya, se non si prende la propria coscienza come testimone,

si diventa solo degli ipocriti, anche se esternamente  si mantiene una moralità superficialmente virtuosa.

Rimanete in valli isolate e rifugi di montagna, perché ogni pratica spirituale fatto tra la folla

ottiene solo di coinvolgervi in una situazione dopo l’altra.

Se non riuscite a prendere il controllo della vostra mente, anche se si fanno molte promesse e si prendono mille voti,

ciò si tradurrà in quasi nessun beneficio.

Se non realizzate il punto chiave della Consapevolezza Naturale ~~~ che conoscere una cosa libera tutto ~~~ non troverete alcuna certezza rincorrendo senza fine informazioni apparentemente importanti”.
Riassumendo   tutti i punti essenziali: con il pensiero “sicuramente morirò!” affrettate i vostri piani per praticare il Dharma!

Dal momento che un maestro è la tua unica speranza, supplicalo/la  dal Cuore!

Dal momento che ogni piacere e dolore, tutto ciò che ti accade, è un debito del passato, non intrattenerti in molti progetti!
Tratta le persone buone, malvage e imparziali  come esseri al di sopra di te e prendi sempre il posto più basso! Allenati nel puro percepire imparziale e non sminuire gli altri!

Riconosci i tuoi errori e non meditare sulle mancanze degli altri!
Dal momento che il punto essenziale di tutti gli insegnamenti risiede nella tua mente, controlla sempre la sua natura!
Sbarazzati della  fissazione di meditare rigidamente su un punto di riferimento e invece lascia la  Consapevolezza in spensierata apertura!

Decidi che qualsiasi cosa si verifica è l’espressione giocosa della Consapevolezza;

non cercare di fare il bene o correggere il male!
Tutta l’esperienza è la propria mente e la mente, libera da sorgere e cessare, è l’identità del Trikaya Guru.

Questo Guru è indivisibile dalla Consapevolezza Naturale. La sua Luminosità consapevole comprende tutto ciò che appare ed esiste.
Poiché tutta l’ apparenza ed esistenza è la manifestazione magica di questa unica espansione di consapevolezza, la visione ultimaè quella di vedere la mente nella sua totale nudità naturale.
”Addestrarsi nella Meditazione ”  è rimanere in questo continuamente.
”Conoscenza Risultante” è quando viene proiettato un pensiero.

“PostMeditazione”(Realizzazione conseguente) è il riconoscere tale proiezione.

Condotta” è integrare quando si cammina, si sta seduto e tutte le altre attività con lo stato di Consapevolezza.

L’indivisibilità di meditazione e postmeditazione  consiste nell’essere sempre liberi da distrazione o confusione, senza essere interrotti da momenti di torpore o di insorgenza di pensiero.

Quando è perfezionata, questa è l’indivisibilità di apparenza e di mente, di sé e degli altri, del piacere e del dolore,di inimicizia e amicizia, e di amore e odio.

In breve, fruizione”, è avere definitivamente esaurito tutti i tipi di  concetti duali.

Quando ciò è accaduto, samsara e nirvana sono purificati nello spazio di Dharmadhatu

e ci si rende conto che i tre Kaya sono spontaneamente presenti. Questo si chiama raggiungere la Buddhità“, l’ “esaurimento dei fenomeni e concettio diventare un Siddha“.

Quello è il momento di acquisire padronanza di nascita e morte e degli elementi fisici, allora la Compassione, l’azione senza sforzo si verificano spontaneamente  nell’intero universo.
In breve, la causa fondamentale di tutto ciò non è altro che la Naturale  Consapevolezza Presente. Pertanto, il sublime punto chiave è mantenere  continuamente la Consapevolezza Naturale sia di giorno che di notte, senza alcuna separazione.

Per quanto riguarda i pensieri che si verificano come espressione di questa Consapevolezza Naturale, siano essi grossolani o sottili, non analizzarli e neanche seguirli. Non cercare di riportarli nella meditazione o ostacolarli. Se si riesce a riconoscere semplicemente l’improvvisa comparsa di un pensiero, poi si lascia proprio così.

Quando accade di essere coinvolti in pensieri che ricordano il passato o si intrattengono con il futuro, si lascino direttamente nella Consapevolezza. Se un modello di pensiero continua, non vi è alcuna necessità di un’antidoto speciale poiché  qualsiasi cosa  avviene viene liberata da sé.

Ciò che avviene spontaneamente è la Luminosità della mente. Vederlo con vivida chiarezza  è l’Istruzione Essenziale!
E’ la disposizione naturale della mente di riflettere spontaneamente. Di conseguenza, trascorri la vita in questo stato di apertura spensierata e pervasiva, di non meditazione senza distrazioni, di conoscenza Una Cosa  Libera Tutto –

in cui tutto ciò che appare e esiste è Dharmakaya, Samsara e Nirvana sono indivisibili e ciò che sorge e la liberazione sono simultanei.

Se spendi tutta la tua vita in attività spirituali in questo tipo di stato, in cui il pensatore e l’oggetto del pensiero sono una unità indivisa, non c’è un solo dubbio che si catturerà il “Baluardo del Non- Ritorno” in questa stessa  vita!

Ovunque la persona che ha abbandonato tutte le attività si trovi, quello  stesso posto è Campo di Buddha.
Se potete supplicare senza falsità, tutto ciò che appare e esiste è allora il Mandala del Guru.

Non appena si taglia la radice del demone dell’attaccamento all’ego, si è definitivamente liberi da ostacoli, disgrazie e Mara.
Nel momento in cui si capisce che il Guru è indivisibile dalla propria mente, la menzogna che ci sia  incontro e separazione crolla spontaneamente.
Una volta aver risolto che Samsara e Nirvana sono l’espressione della Consapevolezza, chi è lì per provare il dolore di qualsiasi regno inferiore?
Quando ci si rende conto che la nostra Consapevolezza Naturale è il primordiale libero Dharmakaya, qual è il punto di intrattenere speranze e timori circa i sentieri e le bhumi?

Nella riunione tra la già conosciuta Madre e la Luminosità del Figlio, a che scopo temere il crollo del corpo illusorio?

Al momento della morte, si muoia nello spazio primordialmente puro della Luminosità!
Mentre si vive, non c’è nulla di più importante che praticare la meditazione con costanza instancabile!
Si possono confrontare tutti i sutra, tantra e le istruzioni orali, ma l’essenza della realizzazione non è altro che questo!
L’ultimo e fondamentale consiglio del cuore è proprio questo!
E le mie ultime parole prima di morire non sono altro che questo!

Tutti i meritevoli che si dedicano a me, non facciano chiacchiere su  questo, ma assimilino il suo significato!
L’esperienza dell’Originale Risveglio allora sorgerà all’interno del cuore, e si arriverà alla Buddhità in un solo istante!

Qualunque merito derivi  da questo consiglio, possano  tutte le mie vecchie madri, gli esseri senzienti che riempiono tutto lo spazio,  essere  liberati!

Translated by Erik Pema Kunsang

Copyrights: Rangjung Yeshe Institute,

Ka-Nying Shedrup Ling Monastery

Traduzione dall’inglese di Clelia C.


Anime e stelle – Ruysbroeck.

Come brillano le stelle – Esse non brillano di luce propria ma prendono la loro chiarezza dal sole; e splendono illuminano e scintillano come vasi d’oro esposti alla luce del sole. Esse rischiarano la notte e indicano il porto sicuro al navigante; ma talvolta esse cedono davanti allo splendore del sole, e infondono le loro virtù negli elementi e in tutto ciò che c’è sulla terra, nelle onde e nell’aria, nella vita e nella fede.

Vediamo ora come i cieli stellati ci insegnano la vita interiore e celeste.

I cieli, in verità, per la loro chiarezza, sono trasparenti. E la nostra vita interiore, con lo scoppio spirituale della grazia e di Dio in noi, quel Dio a cui siamo uniti, è trasparente.

Ora, le facoltà dell’anima non hanno quella trasparenza; poiché, come vasi d’oro o pezzi di specchio, esse si alzano e fissano da vicino il sole dell’eterna saggezza di Dio; e là, ricevono luce e calore  a seconda delle loro disposizioni e a seconda dell’eccellenza delle virtù che offrono a Dio. E, così come le stelle fisse girano col firmamento, al quale esse aderiscono, così ugualmente le facoltà interiori dell’anima sono attratte eternamente, conformandosi con la virtù e le buone opere, dalla potenza  e dalla saggezza di Dio, a cui esse  aderiscono, interiormente.

Tutte le stelle sono delle figure sferiche di cui non si può conoscere né l’inizio né la fine; ed è così che le facoltà dell’anima nobile e bella si comportano nelle loro opere. Poiché esse praticano tutte le virtù da Dio e per Dio e così vivono in Dio, che non ha né inizio né fine.

Ma tutte quelle vite interiori che non hanno la forma perfettamente sferica come le stelle, ma al contrario hanno le punte e gli angoli della falsità e dell’amore mondano, sono imperfette e non possono piacere a Dio.

Alcune stelle sono pallide, altre sono chiare, altre ancora sono fiammeggianti.

Come noi, quando ricordiamo nella memoria, davanti a tutta la potenza di Dio, i nostri vizi, i nostri difetti, i nostri errori; allora abbiamo il cuore contrito, diventiamo pallidi e tremando ci domandiamo se potremo sopportare il severo giudizio di Dio, alla fine della vita e alla fine dei tempi ; e così assomigliamo alle stelle pallide.

Ma quando innalziamo la nostra intelligenza, spoglia di immagini, verso l’eterna saggezza di Dio, la verità che è Dio ci irradia l’anima; e così tra Dio e noi c’è una emissione e un riflesso di splendore, come se il Sole inviasse i suoi raggi su un cono di cristallo immerso tra mucchi d’oro; ed è così che diventiamo trasparenti, puri, chiari e lucidi come le stelle del cielo.

Ora, quando noi leviamo la volontà e l’inclinazione amorosa, affettuosamente e avidamente, verso la Bontà di Dio, il nostro spirito si infiamma e proietta delle particelle d’amore avide e roventi, che restano ardenti fino a che lo spirito stesso va in estasi d’amore; e così questi spiriti amanti sono simili alle stelle fiammeggianti e scintillanti del cielo.

Per riflettere di Dio la luce ineffabile

la nostra anima deve essere un puro cristallo

non appannato neppure dall’ombra del male;

e portare il suo sguardo sul suo volto adorabile.

Jean Ruysbroeck – De la vraie contemplation, cap. XXXIV

misty autumn.


Guardarsi dentro rende ciechi.

Fiumi di parole per ridurre un fatto a  un concetto, ecco quello che facciamo.  La mente.  Si sta a scavarsi dentro, ossessionati dall’osservazione, in cerca delle cause. Le cause di tutto questo. Di perché io sono qui. Domande, quesiti e indagini che, dicono, portano in profondità. E banalmente, stupidamente ricado nel solito meccanismo di causa effetto. La ricerca di una ragione. Il senso. Perché io devo saperlo, il senso. Altrimenti qualcosa mi sfugge e non è sottocontrollo. E’ la mente in tutto il suo splendore, che indaga, indaga sempre sugli indizi, come un cane che afferra l’osso più grande per primo e poi via via tutti gli altri. E’ brava, nel suo mestiere. Dal ricordo di un gesto, di uno sguardo, di una parola costruisce mondi, costellazioni e universi dove si resta intrappolati , credendo che sia tutto vero. Certo che è vero, le persone sono vere, le cose che accadono, il cielo e tutto il resto, e io stessa sono vera, ma la mia mente vuol farmi credere che sia vera soltanto lei, riducendo la realtà a una rappresentazione  delle sue difficoltà e delle sue speranze. La mente che è la parte lunare, oscura, che tutto vuole vedere, tutto vuole capire, eccetto l’unica cosa fondamentale: la sua sparizione. Per guardarmi dentro, divento cieca. Perché chi guarda è il pensiero, che per quanto possa andare in profondità è sempre vincolato da un patto di sangue con l’oggetto che osserva e che lei stessa produce istantaneamente.

Così lei crea. Ma poi bisogna dire: cara mente, adesso mi hai stancato e non ti seguo più. Tu continua pure, se ne sei capace, io faccio altro.

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Esserci, a mani nude.

Il momento più bello: quando smetti di pensare a ciò che puoi dare agli altri, e ti rendi conto di quanto gli altri danno a te. Il momento in cui ti apri a ricevere, il momento in cui  non sei più nulla,  in cui non sei più nessuno, in cui la tua pretesa di cambiare qualcosa si interrompe e non c’è altro che nuda accettazione delle cose così come sono.  . Tu non devi dare nulla alle persone, ma hai questa specie di orgoglio  che ti possiede e ti spinge a credere che un’altra persona sia lì per ricevere qualcosa da te. Che tu debba rifornire il resto del mondo della tua bontà e del tuo cosiddetto amore.  Col nostro profondo orgoglio crediamo di dover essere gentili e compassionevoli con tutti, elargirgli il nostro meglio, per dargli un conforto che neppure noi  possediamo. Fino a che pensiamo di dover dare comprensione, di dover dare simpatia, di dover dare qualunque cosa, siamo sempre in quella maschera. Perché stiamo solo perdendo di vista LUI, per concentrarci su ME. Quello che IO sto facendo, quello che IO sto provando. Quello che IO sto pensando di TE. L”orgoglio: io mi servo di te soltanto per dimostrarti chi sono io.  Ma non vedo nulla, solo me stesso, che tenta in questo inutile viaggio tra corpi, di ritrovarsi. Ma non ti ritrovi. Non ti ritrovi mai, fino a quando quella cortina non cade. E tu vedi l’altro. E lo ascolti non per rispondergli qualcosa, ma solo perché ti interessa, ti emoziona incontrare la sua storia, la sua ricchezza e ne riconosci il valore, gli spazi che sta riempendo in te, la novità del suo punto di vista, la fresca presenza della sua fiducia mentre si apre a te.  E senti allora come una meraviglia,  senti come una riconoscenza . Sorprendente ondata di  calore, e amore, per la condizione in cui siamo, tutti. Appena tu non hai più niente da dare,quando sei disposto a ricevere tu per primo dagli altri,quando sei    momentaneamente libero di dimostrare alcunché; quando lasci perdere tutto il tuo orgoglio; allora ascoltare l’altro è vedere l’altro e  amare l’altro, tutto l’altro; allora, in quel momento, l’umiltà che nulla possiede, se non essere lì e agire, ti risveglia e ti cambia dentro.

Capisci che in realtà quando giudichi gli altri stai giudicando sempre soltanto te stesso, quello che sei e che vorresti essere. Capisci quanto tempo hai perso per dimostrare chi sei, perduto nella tua fantasia che ha costruito un muro intorno al tuo cuore. Capisci che esserci con il cuore è l’unica strada che libera dalla corazza, quel muro che sempre non ti fa vedere, ascoltare e sentire; nudamente, semplicemente, liberamente.
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Tre porte.

Nel vasto spazio del cuore fisico, la Consapevolezza dimora come Dharmakaya.
Nel cammino del canale kati (che collega il cuore alle pupille), vi è la Natura che vi dimora come Sambhogakaya.
Il sorgere delle visioni all’entrata del lume (degli occhi) rappresenta il Nirmanakaya.
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Guardare fuori, guardare dentro.

C’è stato il tempo in cui bisognava guardare dentro, per svegliarsi.
Bisognava osservarsi, riportando ogni esperienza a sé. Bisognava scoprire le risonanze, le emozioni che si muovono. Osservare, e osservando penetrare nel mondo irreale della psiche, la mente, le proiezioni, il mondo invisibile solo a te noto. E così ti addormenti.
C’è stato un tempo in cui credevi che ‘guardare fuori è dormire, guardare dentro è svegliarsi’:Jung. E così ti immergi nel mondo di dentro, dove c’è di tutto: l’ombra per prima, la prima presenza in cui ti imbatti. Lavori con l’Ombra, allora. Ti hanno detto che devi integrarla, e così la ami, o tenti di farlo.
Guardare fuori è dormire, guardare dentro è svegliarsi, dice Jung.
Fuori e dentro, scissi per sempre, divisi per sempre. Dormire o svegliarsi. Guardare fuori oppure guardare dentro.
Dentro. Più guardi dentro più non guardi fuori. Più non guardi fuori, più aumenta la marea dei pensieri. Più aumentano i pensieri più ti avviluppano. Talvolta perdi il contatto con il fuori, credendo che tutta l’introspezione che stai compiendo ti possa dare una chiave per la pace. E intanto il mondo semplicemente gira, mentre tu guardi dentro. Guardare si fa così: osservi che succede, dentro con l’occhio invisibile, fuori con l’occhio fisico. Ma guardando troppo a lungo all’interno finisci per dimenticarti di come usare gli occhi e lo sguardo all’esterno. L’osservazione diventa divagazione, distrazione, lontananza. I nostri problemi, tutto il male e il bene che riteniamo di aver sopportato viene su, prendendosi tutto lo spazio. E così, gli occhi non vedono più, impediti dal potere della mente. Non vedi più il mondo, ma solo la sua risonanza, quella che si produce in te.
E’ fuorviante.
Gli occhi devono guardare e vedere, vedere nudamente. Non può esserci nessuna visione interiore se la visione esteriore è distratta. Bisogna usare gli occhi, senza la mente. Vedere, non più osservare. E infine gli occhi vedono le cose come sono, e non come pensi che siano. Bisogna liberare la visione dal pensiero.
Un oggetto è solo un oggetto, non quello che ti evoca, non quello che ti piace o non ti piace.
Gli occhi guardano e subito la mente pensa ad altro. Buffo, forse pensa al DENTRO, impedendo di guardare fuori.
E’ come se la mente impedisse la visione. Dunque, Carl Gustav, come la mettiamo con il tuo consiglio? Guardare dentro è produrre pensiero, fantasia. Guardare fuori, guardare l’oggetto in sé, significa non distrarsi (….ed è quello che insegna lo shinè…).
Ecco come bisognerebbe guardare: far funzionare gli occhi.
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Puro fin dall’ inizio.

Ora, riguardo all’Introduzione diretta alla Madre, la Madre è il Kunzhi, ‘la base di tutto’, che rappresenta lo Stato Naturale (cioè lo stato di vacuità, o Shunyata). Esso è la base e la radice (o fonte) di tutto sia nel Samsara che nel Nirvana, E pertanto, è il Primo Antenato di tutti i Buddha e di tutti gli esseri senzienti. Ma se si cerca di descriverlo a parole, nessun nome o definizione sono appropriati. Perciò , se si volesse tentare di distillare il suo reale significato con le parole, non se ne potrebbero trovare.
Potrebbe essere descritta in questo modo:
La sua essenza è senza alcuna macchia. Inoltre si può dire che è luminosa e chiara , vuota e senza fonte. E’ nuda e senza abiti. Fin dall’inizio non attratta da nessuna delusione, macchia o passione. Quindi può essere chiamata la Grande Purezza Primordiale (ka dag chen po).
Siccome è sempre stata senza macchia, è incolore e invariabile. E’ completamente pura e penetra ovunque direttamente.Non è prodotta da una prima causa, non cambia o si modifica con nessuna causa secondaria. Non è possibile realizzarla o crearla con uno sforzo. E dato che non è soggetta a cadere nelle limitazioni o gli estremi del pensiero concettuale, può essere chiamata il Grande Autoriginato (cioè è totalmente autocreato, automanifesto, e autoriginato.
The practice of Dzogchen in the Zhang Zhung tradition of Tibet-Translated John M. Reynolds- Vajra Publication 2011

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Una descrizione del XVI secolo.

Zanne scoperte che sporgono oltre il  labbro inferiore, ha  tre occhi, il destro  guarda verso l’alto, eliminando i demoni celesti.  Il sinistro guarda verso il basso, distruggendo naga, spiriti, malattie e spiriti della terra malevoli. Il suo occhio di mezzo  guarda avanti distruggendo tutti i tipi di ostacolo. Ella è vestita con un serpente bianco come  collana, raccogliendo il potere di naga, spiriti di malattie e spiriti terreni; con i capelli neri, legati in un ciuffo nero sulla sommità della testa, con ornamenti ingioiellati e varie sete come  indumento più basso Ella dimora al centro di una massa ardente di fuoco  di incontaminata consapevolezza”.

Ngorchen Lhundrub 1497-1557.

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Riconoscenza.

Se nella tua vita la sola preghiera che recitassi fosse un semplice ‘grazie’, sarebbe già abbastanza” – Meister Eckhart
“Il sentimento di gratitudine è una delle espressioni più evidenti della capacità di amare. La gratitudine è un fattore essenziale per stabilire il rapporto con l’oggetto buono e per poter apprezzare la bontà degli altri e la propria”.-Melanie Klein

L’avevi data per scontata quella parola che usi sempre meno e che si butta lì quasi con vergogna,tanto per metterti in linea con la coscienza.

Ultimo bastione terribile dell’ego, ultima porta di ferro, dietro la quale – tu lo senti- si nasconde Il Castello Interiore. Nessuna delle tue supposizioni regge di fronte a questa grande incognita del cuore: la riconoscenza. Puoi provarla o non provarla, senza via di mezzo. A volte, pensi che sia scontato tutto quello che hai: lavoro, soldi, amici, amore, intelligenza e potere personale. Non ti chiedi da dove provenga tutto questo, non ti chiedi neppure se è reale tutto questo. Basta che tu ne abbia sentore, ogni tanto, e ti senta rassicurato. Ma non hai riconoscenza e gratitudine per queste cose che ti sembrano così ovvie, così palesemente tue. In un certo senso te ne freghi, di tutto questo ben di dio che possiedi. Come se ti fosse per sempre dato e tua onorificenza e orpello. La tua vita, pensi, è questo, te lo meriti.

Merito. Riflettere sul merito porta a strane conclusioni. Tu meriti di essere felice. Meriti di avere grande ricchezza interiore, di possedere cose preziose. E di tutto queste preziosità che pensi di avere, non provi nessun debito verso qualcosa o qualcuno, perché è TUO. Non hai fatto nulla per nascere in questo mondo sofferente, i tuoi genitori ti hanno scaraventato qui per loro puro piacere, e tu, adesso, ti trovi a doverti barcamenare con questo casino samsarico in cui devi imparare a proteggerti. Riconoscenza per questa merda che ti crolla in ogni istante addosso? neppure per idea!

Eppure. La mancanza di riconoscimento di ciò che hai, di ciò che c’è attorno a te, crea una barriera tra te e la vita. Crea una barriera DENTRO di te, là dove le due facce dovrebbero venire a patti e accordarsi. Quali sono le due facce? La prima faccia è quella che si è abituati a portare, ti protegge dalla paura, signora della Morte, e da suo figlio Dolore. Potremmo sopportare ogni angoscia pur di proteggerci, pur di non perdere quello schermo che dovrebbe evitarci ogni ansia e timore. Ma non funziona. La paura è la radice della paranoia, è fantasia a briglia sciolta con cui io vedo il mondo come una mia proiezione, lo interpreto e lo creo come credo io. E’ il principio su cui poggia il mondo, uomini, animali e vegetali. La dimensione della paura è quella del desiderio: sperare che si avveri qualcosa, che io non debba soffrire. Al centro di tutto questo gran dafare c’è IO che deve essere messo al sicuro e preservato ad ogni costo. Ma a dirla tutta, questo IO non ama. Ama solo se stesso, onanistica e solitaria entità destinata a lottare per sempre, forse a vincere battaglie ma a perdere la guerra. Lui è in guerra, manipola la realtà, manipola le persone, manipola soprattutto all’interno, nella psiche, bloccando il passaggio verso la dimensione più grande della persona, profonda e altamente spirituale che mai riesce ad esprimersi quando c’è lui, l’IO. L’Io è grossolano, ed esiste nel mondo della forma, pensieri, parole, azioni. Fantasia è il suo reame e produce cause, effetti, tempo, luogo.
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La conseguenza peggiore prodotta dall’Io è il continuo lamentarsi e l’insoddisfazione; il mondo ci sembra sempre che debba fornirci di qualcosa, ci pare che siamo vittime di incomprensione e ingiustizia, che gli altri ‘non ci capiscono’, e che tutto sarebbe molto più accettabile secondo la nostra visone della realtà. Questa è la mancanza di riconoscenza che lo caratterizza.
Ma c’è l’altra faccia: niente ego là, niente fantasia, ma quiete. E’ il livello più sottile, dove cessa il bisogno, e accade l’incondizionato, dove non hai più interesse ad aggrapparti a questa realtà concreta, poiché illusoria, e dove la tua storia non è sconnessa dal resto delle storie, dove giaci ancora informe attimo per attimo, divenendo porta per i cambiamenti. Riconoscenza è trovarsi su una strada e voltarsi un attimo per dire, sorridendo,: quanta strada ho fatto! E poi andare avanti, sapendo che il viaggio non ha mai fine. Riconoscenza è aprire il Cuore, far giungere al Cuore ogni istante, legarsi al Cuore, esercitando continuamente la presenza al Cuore. Così non c’è posto più per biasimo, paura e speranza: c’è solo accettazione, amore incondizionato e riconoscenza verso l’esperienza e la vita, che ce la fornisce. Qui nella vita e dopo la vita, poiché il continuum mentale non muore, ma continua il viaggio.
Se si riconosce questa Presenza, e si custodisce questa consapevolezza, smettiamo all’istante di sentirci defraudati di qualcosa, per aprire invece le braccia a quello che viene, senza manipolare niente.

 


Strade.

C’è una strada buia e una strada senza uscita, c’è la strada maestra, la strada stretta e quella larga. C’è la strada del cielo e la strada dell’inferno, la strada che non presi e la strada con un cuore, la strada dell’amore quella dell’odio, la mia strada e la sua strada, la strada del perdono, la strada della pazienza, quella in salita e la strada in discesa. Ci sono strade lunghe e strade brevi, strade pubbliche e strade private. Strade vecchie, strade nuove, gente di strada, ambulanti di strada, ci sono quelli che indicano la strada, e c’è la strada che porta ad altre strade. Strade nascoste, strade solitarie, strade affollate, autostrade.
E tu, quale hai scelto?


Thay

Cartesio disse:”Penso dunque sono”. Ma se qualcuno arrivasse e chiedesse:”Tu sei, ma sei cosa?”, si rimarrebbe imbarazzati.Questa è una domanda molto difficile.
“Chi sei tu?”. A volte si deve praticare per anni e anni per essere in grado di sapere chi si è e per poter dire a un’altra persona chi siamo.

Thich Nhat Han

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Che lezione.

Summer-Afternoon-550x409Summer afternoon. Cammino un poco, come una regina, in mezzo agli arbusti impavidi del terrazzo. Grandi, ormai, nati da seme, nati da talea, rubati alla chetichella in un giardino o per la strada, dove in tempi lontani li avevo addocchiati, bramosa. Perché non volevo niente di comprato, nel mio mondo, volevo che fosse una mia creazione, un mio frutto, qualcosa che raccontasse la mia storia. Indicibile strano pensiero. E’ come quando scrivi, non vuoi imitare nessuno, per non sentirti falsa, per non dire emula. L’emulazione, è la morte della persona. E anche un gran pericolo, si sa. Rischi di metterti addosso qualcosa che vorresti far  tuo, ma solo perché non hai il coraggio di ‘tirar fuori le palle’. Non hai il coraggio e facendo finta, tutto muore. Ma non funziona con le cose che radicano nel cuore. Invece quel tronco contorto, che per anni hai abbandonato all’incuria, dopo che l’hai fatto nascere…ti ha aspettato, paziente, saldo: e ora è il tempo della cura e dell’amore. Questo è lo straordinario mondo degli esseri. Tu credi di dimenticare, li riponi nell’oblio, e quelli …meraviglia…ti attendono, gioiosi del tuo sguardo, dell’acqua e dell’ombra che ti appresti a dargli. Senza rimprovero, placidi, ti hanno aspettato. C’è di che commuoversi, davvero. Che lezione.


Fili di luna.

Mi ricordo le donne anziane sedute fuori nel pomeriggio estivo, cucendo o pulendo le verdure per la cena, con mani abili, i movimenti cadenzati, il tempo infinito scandito dall’alzarsi della luna, e poi, quando le ombre risalivano lungo la strada in un certo modo era tempo di rientrare e preparare. Mi ricordo i silenzi di mia nonna, di mia madre intente a cucinare, risuonavano i rumori delle stoviglie, l’acqua, i passi e l’odore del cibo che mi raggiungeva, e mi insegnavano il senso del tempo personale, il mio tempo che ancora adesso è condotto da un filo d’oro che, ora so, mi riconduce alla Luna. Mi ricordo i lunghissimi capelli intrecciati e tenuti a crocchia con spilloni d’osso scuro, mia nonna ottantenne che quando li scioglieva era trasformata in una sensuale sirena dai capelli d’argento, così forte e oscuramente legata alla Terra, alla sua storia che sembrava tutta raccontata dalle sue trecce strette, il tempo, gli anni, i momenti, il legame indissolubile tra lei e la materia, senza la moderna preoccupazione della praticità e ancor meno della accettabilità di oggi, oggi che le donne si consegnano nelle mani abili di parrucchieri per darsi un’identità diversa, o per crearsi addirittura un’identità, copia incolla di chissà quale incarnazione di femminilità proposta dai media…Mi ricordo quando ho cominciato io stessa a farmi crescere i capelli, che poi sono diventati lunghissimi e i primi capelli bianchi dopo il primo figlio, e ancora altri dopo la morte di mio padre. Mi ricordo lo stupore che provavo davanti ai segnali del tempo sul mio corpo, il tempo che modificava e muoveva la mia vita – a mia insaputa spesso- mentre i capelli crescevano e crescevano. E un giorno mi sono accorta che erano lunghissimi, stranamente te ne accorgi in un solo momento, come se fossi stata altrove nonostante gli specchi in cui ti guardavi continuamente. Mi ricordo Lama Tsultrim che raccomandava di legare una ciocca di capelli al damaru per creare il legame con lui e invitare le dakini a danzare solo per me, attraverso la materia spirituale del tempo, degli anni e dei ricordi, della mia storia, tutti racchiusi in quel ciuffo bruno. E poi mi ricordo il sacrificio dei capelli, quando decisi di tagliarli, di sottopormi a questa amputazione dopo lunghissima riflessione, per tagliare via simbolicamente una fase, la conclusione di un ciclo, per sottolineare una trasformazione o un cambiamento: la fine di un rapporto, la morte di mio padre, la nascita di un figlio, una malattia. Ma sempre ricrescono, lentamente come è lento il passo incerto con cui ti muovi tra le cose, tessendo, cucendo, scandita dalle fasi della Luna, la tua Storia.
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Fede nella mente.

Dormendo e sognando, la mente a riposo. Facendo pulizia, gettando nella spazzatura montagne di carte, fogli, numeri di telefono e lettere.
D’improvviso non stava più bene Sakyamuni dove lo avevo messo, incombente su chi entrava, eppure oggetto su cui posare gli occhi e dimenticare; per lui un posto più discreto da dove, mi pare, abbraccia con sguardo dolcissimo i movimenti. Mi accorgo che ora il suo sguardo è rivolto ad est, da dove può ricevere il sole pulito dell’alba.
L’alba.
Pulisco, metto un nuovo ordine, sposto cose: da tre giorni c’è caos e io sola vedo in quel disordine lo schema finale che costruisco piano piano, senza fretta. Può sembrare più sporco di prima, più incasinato di prima, questo rimettere tutto in vista e farne una nuova costruzione. Non so che forma avrà, non ho in testa niente di fisso e stabilito: faccio. Poi ci sono i sogni, loro sì che sono precisi sullo stato delle cose.
Non mi va di manipolare nulla; abbandonando il controllo lascio che manifestino la loro sincronicità con la vita ‘da sveglia’. Non c’è più frattura tra notte e giorno, la mente e il corpo continuano a sognare mentre lavo, sposto, cambio prospettive, stacco rametti ai rami più belli per farne nuove piante. Tanto lavoro manuale, sì.
Leggo Castaneda, addormentandomi con Don Juan Matus che semplicemente dice cose incomprensibili alla mente, le sento solo da qualche parte nella memoria, come una lontanissima risonanza di un’onda marina, che continua a rincorrere i venti del destino.
Il corpo è un’alchimia che non so più controllare, mentalmente non c’è niente che possa fare, solo lasciare tutto così, come vuole, come crede di fare, nella sua saggezza.
Ho fiducia solo nella mente.
Mente che conosce più di quanto io possa conoscerere, e dirige i miei passi più di quanto io possa pensare. Lascio fare,e non osservo neppure quello che faccio. Liberata in uno spazio aperto, agisco.

A volte mi guardo allo specchio: sorpresa, i capelli sono di nuovo lunghi, e gli occhi mi piacciono di nuovo, non hanno più dentro quell’implorante bisogno di conferme.
Mi inginocchio sulla terra per trapiantare i miei amati fiori…li avevo abbandonati per dedicarmi all’intelletto. Graffi sulle braccia, polvere tra i capelli. Un fuoco caldo e discreto arde nel mio cuore, un piccolo fuoco alimentato da piccole cose.
Sogni di essere in pigiama come durante una lunga malattia.
I ching mi mostra l’esagramma 18: l’emendamento delle cose guaste e come risultato il 48, Il Pozzo.
Bevo, al pozzo , il mio pozzo e sempre ho fiducia nella mente, che ora mi guida e io la lascio fare, non facendo niente.
Il ritmo del tamburo, il mio cuore, il mio respiro, riempiono il movimento.
Non più parole per dire come sto e come non sto: tutto si compie come vuole e deve.
Aria.


Non volevo amore – Anais Nin

Non volevo amore perché è caos,
perché fa vacillare la mente come lampioni scossi dal vento.
Volevo essere fortissima davanti a te,
essere contro di te –
tu ami tanto contrapporti alle cose.
Io amo essere per le cose. –
Tu fai caricature.
Occorre un grande odio per fare caricature.
Io eleggo, io amo –
la marea dell’amore, la notte, mi soffoca –
come in quel sogno che ieri ti sei sforzato di rendere reale,
di inchiodare, proprio così, con il tuo bacio travolgente … 

Anaïs Nin a  Henry Miller

(9 marzo 1932)


Ogni anima indossa un abito- A. Vlahuta

Ogni anima indossa l’immagine che gli si adatta, se non è cucita su misura intorno alla sua mente e al suo essere fin dal principiodà forma lentamente dall’interno verso l’esterno.

Non c’è una linea insignificante o una funzione sul volto di qualcuno che non corrisponda a un determinato gesto proveniente dall’anima. In primo luogo la bocca è plasmata dai movimenti e il calore dei pensieri, le parole che pronuncia e ancora più da quelle che non pronuncia. Poi gli occhi, gli occhi che avvolgono le forme esteriori con lo sguardo dell’anima che sta guardando attraverso di loro, nel tempo, si guadagnano il carattere, l’espressione fondamentale, il colore di quello sguardo e la sua onda della vita, carico di amore o di odio, di bontà o malizia, di luce o di oscurità a seconda della profondità da cui parte. Pertanto, tutto il viso, con le sue linee e movimenti, finisce per essere l’opera della nostra natura, dei nostri sentimenti e dei nostri pensieri .

Alexandru Vlahuţă

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Ma infine cosa mi importa del mito? – J. Hillman

 I grandi psicoanalisti   amano raccontare i loro casi clinici esemplari.  Può illustrarci  un caso di guarigione attraverso il mito ? 

James Hillman: Prenda  un padre e un figlio. Al padre piacerebbe aiutare il figlio,  ma ogni volta che il figlio fa un passo nel mondo il padre ci trova qualcosa di sbagliato.  E’ più forte di lui.  Così i due, il padre   e il figlio, vanno dal terapeuta a parlarne e si fa un’ampia ricognizione   in lungo e in largo. Viene fuori che il padre era poco legato al proprio   stesso padre.  Che padre e figlio hanno lo stesso tipo di tratti….   O che il padre non è mai riuscito ad avere fiducia nel figlio perché  non è mai riuscito ad avere fiducia in se stesso.  La terapia può   aprire infinite vie di comprensione.  La rivalità, la gelosia, l’omosessualità  repressa e così via.

Ma se si è al corrente del mito di  Crono e si sa che il padre divorerà comunque suo figlio  – sempre – la cosa diviene basilare….

Il padre è in grado   di pensare : io non posso non divorare mio figlio, posso però non   farlo letteralmente.

Saprò che questo accade, mi aspetterò  che accada, porrò attenzione a questo fenomeno,  non cercherò   di reprimerlo e dirò a mio figlio : ‘Sai, mi comporterò   sempre così con te, proprio come tu vorrai sempre uccidermi,         come Zeus ha ucciso Crono.  Tu cercherai di uccidermi e io cercherò   di divorarti e questo è un dato di fatto nelle nostre vite.  Ora  vediamo che cosa possiamo farci’ .

Così le cose cambiano,  quella storia diventa un’altra storia.  Anziché combattersi  l’un l’altro i due hanno un mito, un intreccio che dice loro   perché stanno lottando l’uno contro l’altro.  Sono legati   reciprocamente dal mito e solidali nel mito.  E io credo che i Greci vivessero   così,  perché conoscevano questi racconti.

Noi non li conosciamo   più,  sui padri e sui figli conosciamo solo quell’unica storia che ci ha riferito Freud,  e cioé che stiamo contendendoci la madre – quella soltanto.  Ma l’antichità e il Rinascimento avevano   storie infinite e,  una volta che la vita si struttura sulla tragedia delle    storie archetipiche,  la coscienza si sposta ad un altro livello,  anche   se il nostro ‘problema’ non per questo si risolve.

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