Cercando il senso, cielo e terra si dividono.

Storie che curano

Angulimala, il santo assassino.

 

angulimala e il buddha

Un uomo dall’aspetto selvatico e feroce, Angulimala, corre verso il Buddha, che gli volta le spalle incurante. L’ uomo ha al collo una collana di dita umane, come sbrigativo conto delle sue vittime. Sullo sfondo sua madre vaga nella foresta per avvertirlo di un pericolo.

Angulimala ‘Colui che porta la collana di dita’ era nato con il nome di Ahimsaka, ‘Colui che fa del bene’. Tutta la storia è riportatata nel Sutta Pitaka del canone Pali, come esempio di redenzione e soprattutto di superamento della predestinazione e del karma ‘negativo’.

Nascita e segni karmici.

Molti segni accompagnarono la sua nascita: tempeste, armi che brillavano nell’oscurità e sogni nefasti e in più l’oroscopo del bambino mostrava la sua appartenenza  alla  ‘costellazione dei ladri’. Il padre era un potente bramino, un uomo santo che istruiva il Re e si può immaginare la sua costernazione di fronte a questi presagi  sulle tendenze poco sante del suo unico figlio maschio. Il santo uomo dedito alla religione pensò addirittura di sopprimere il bambino, ma il Re – che poi si convertirà al Buddhadharma- glielo impedì, e per contrastare le propensioni negative gli consigliò di imporgli  il nome Ahimsaka e di inviarlo a ricevere un’educazione appropriata e completa da un famoso Guru.

Ahimsaka era volenteroso, ubbidiente e rispettoso; ben presto si distinse per la sua intelligenza e diligenza, ma purtroppo, senza che lui ne fosse consapevole, cominciò a sollecitare negli altri discepoli ogni sorta di invidie e gelosie. Le chiacchiere arrivarono fino al Guru, il quale cominciò a sviluppare verso il giovane un poco compassionevole sentimento di antipatia e gelosia. Pensò di punirlo, senza sporcarsi le mani, in un modo subdolo e orribile, chiedendo al povero Ahimsaka di portargli mille dita di mille  mani destre.

‘Mio caro Ahimsaka, ora che la tua educazione è completa è d’uso che tu mi faccia un’offerta. Mi porterai mille dita della mano destra.’ Costernato il ragazzo balbettò: ‘ Come posso farlo, Maestro? La mia famiglia non ha mai compiuto atti di violenza verso persone innocenti.’

E il Guru: ‘O fai così oppure non ci sarà frutto per tutto ciò che hai imparato’. Ahimsaka non ribattè, si inchinò, si prostrò e, giurando di ubbidire, se ne andò nella vasta e selvaggia foresta di Jalini dove si costruì un nascondiglio da cui poteva sorvegliare la via maestra; poi  cominciò la sua opera santa per soddisfare la macabra richiesta.

Ahimsaka diventa Angulimala.

Cominciarono così a manifestarsi nella vita del giovane le tracce karmike delle precedenti vite, già annunciate dai presagi alla sua nascita : a lui sembrava di non avere scelta e che questa missione, difficile e terribile, fosse il prezzo da pagare per la saggezza acquisita. Pensava senza dubbio che la sua santità passasse attraverso la morte di altre creature, poiché credeva ciecamente al Guru e alla sua bontà.  Questo credeva, poiché non vedeva che la richiesta del guru  in realtà rispondeva pienamente alle sue forti propensioni karmiche, che nelle vite precedenti lo avevano già condotto sulla stessa strada.  Ahimsaka scelse di seguire questa strada, proprio come noi quando scegliamo di comportarci in un modo oppure in un altro. La scelta di fare o non fare una cosa, secondo il nostro giudizio e in fin dei conti a ciò che ci fa più piacere e comodo. E così che nasce la banalità del male: si eseguono gli ordini, poco importa se  di un dittatore esterno oppure dell’Ego, anch’esso dittatore, il più potente di tutti. La scelta come valutazione incessante.  Scelte che conducono ad altre scelte, seppure animate da ciò che razionalmente  ci sembra giusto e appropriato e che  spesso ci portano in strade scure e pericolose, alimentando invece le nostre più sottili propensioni, quelle che otto secoli dopo Machig classificherà come ‘demoni’. Ma questa è un’altra lunghissima storia.

Nella più totale solitudine il giovane cominciò la sua opera. Al principio le dita delle sue vittime erano appese ai rami della foresta,ma siccome gli uccelli se ne nutrivano, egli pensò di farsene una collana, così che  suo rosario, mantra e preghiera  fosse il conto incessante delle dita mozzate, in attesa di completare l’opera. All’inizio, cercò di uccidere soltanto banditi e assassini e quando non ce ne furono più, con solerzia scese fin nei villaggi per prendere le dita di chiunque, donna uomo o bambino, amico o nemico, gli si parasse davanti.

Simile a una bestia selvaggia, dedito alla morte e ossessionato dai suoi demoni – l’Ombra scura e non integrata con cui ciascuno di noi deve vedersela, pena la morte spirituale, – Angulimala scende nel suo inferno e si lascia abbracciare totalmente dalle sue tendenze distruttrici e  violente: è solo, diviso da tutti, odiato da tutti. Non sa cosa sia l’amore e la compassione, poiché tali qualità non gli erano mai state mostrate, neppure dal Guru Bramino. Addirittura arriva a pensare che la sua opera sia compassionevole e buona, dettata dal più alto conseguimento spirituale. In fondo, pensava, togliere la vita significa togliere la sofferenza, si giustificava. L’Ombra in tutto il suo splendore, che reclama il ripetersi dello stesso percorso, delle stesse azioni.  Il Karma è azione: come  un riversarsi delle nostre energie verso gli aspetti più tormentati della nostra psiche, le macchie, le oscurità, le ombre irrisolte che non si riesce a integrare, e che siamo condannati, per sempre, a rimettere in scena, in ogni nostro contatto e relazione. Il karma. Amore….ce n’era tanto in quell’assassino, solo che questo amore aveva preso la forma del dolore. Solo che lui, e noi, invece di fare esperienza della totalità, facciamo esperienza in fin dei conti della ferita sottostante a tutte le ferite, quel magma profondo e misterioso che ci anima senza essere visto, che sta lì da tempo immemorabile e tesse, tesse, tesse le sue storie.

Tutta questa storia è un confronto con l’Ombra in piena regola. E Angulimala, proprio attraverso questo confronto, dissolve il suo karma. Nei testi Pali si dice che Angulimala soltanto attraverso l’estinzione del suo karma precedente avrebbe potuto liberarsi:

Avendo esaurito il mio kamma
che mi avrebbe fatto rinascere
in reami infernali,
toccato dal frutto di [quel] kamma,
pagato il debito, mangio il mio frutto

canta felice quando, ormai monaco e convertito, racconta la sua storia.

Scrive lo psicanalista  Haule: ‘L’amante demonico è il risultato della mancata differenziazione dell’Animus -o Anima- dall’Ombra. L’amore verso gli altri è contaminato da tutto ciò con cui desideriamo non avere a che fare (l’Ombra). ‘

Non è possibile nessun avanzamento, nessun amore e nessuna compassione se non ci si confronta con questa Ombra, questo fardello di oscurazioni – ferite che nutrono l’Ego nel modo più subdolo-  e con il quale occorre confrontarci sul filo della dissoluzione di sé. Nutrire il demone, dice Machig, amarlo e dargli quello che vuole: una terrificante impresa in cui ci troviamo ogni volta che agiamo spronati dalle fantasie egocentriche invece che mettere a fuoco la reale natura dell’esperienza che stiamo facendo. Allucinati, come lo era Angulimala.

E poi incontra il Buddha.

 E così  Ahimsaka il buono, consegnandosi al suo lato oscuro cambia nome e diventa Angulimala, il collezionista di dita. E  continua le sue uccisioni per lungo tempo, avvolto fino in fondo, a tutti gli effetti, nel suo peggior incubo. Poi con un formidabile incrociarsi di eventi sincronici, il karma di Angulimala matura. I soldati del Re lo cercano per giustiziarlo; sua madre nonostante il divieto del marito bramino si inoltra nella foresta per avvertirlo;  e lui, Angulimala, si rende conto che gli manca un solo dito per completare l’opera. Un solo dito, ancora solo una vita. Intanto il Beato sente l’estremo pericolo in cui si trova Angulimala e magicamente corre a soccorrerlo. A nulla valgono gli avvertimenti degli abitanti dei dintorni, il Beato sa che questo uomo che chiamano Angulimala è legato a lui da precedenti incontri karmici, in cui la Compassione non l’aveva mai avuta vinta sulla Forza. Così il Beato va, e all’improvviso appare, luminosissimo, davanti al feroce ladro di dita, proprio nel momento in cui sta per lanciarsi sulla madre per ucciderla. E Angulimala lo fissa, e corre corre verso di lui per farlo a pezzi senza riuscire ad avvicinarsi, poiché il Buddha si sposta velocemente pur camminando piano,  sempre al di là del suo coltello. E a questo punto, qualcosa si muove in lui, qualcosa si stanca, si spezza e dalla bocca di Angulimala  fuoriesce una semplice richiesta:  fermarsi.

angulimala and the buddha‘Fermati, monaco! Smettila!’

E il Beato:’ Ma io mi sono fermato, Angulimala. Fallo anche tu.’

Ed ecco il dialogo, come è riportato nel Sutta Nikaya:

Angulimala:]
“Mentre avanzi, asceta,
affermi, ‘Mi sono fermato’.
Ma quando io mi fermo
non avanzo.
Ti chiedo cosa vuol dire:
Come ti sei fermato?
Come io non avanzo?
[Il Buddha:]
”Mi sono fermato, Angulimala,
una volta e per sempre,
avendo eliminato la violenza
verso tutti gli esseri.
Così mi sono fermato
mentre tu, invece, avanzi.”
[Angulimala:]
“Per venerare il sommo veggente
mi sono recato nella grande foresta.
Dopo aver ascoltato i tuoi versi
in linea con il Dhamma
ho deciso
di abbandonare il male.”

Dopo aver parlato, il bandito
gettò la sua spada e le sue armi
da una rupe
in una voragine,
una fossa.
Poi il bandito si prostrò
rendendo omaggio al Sugata,
e in quel luogo chiese di intraprendere il sentiero,
il Risvegliato,
l’onniveggente compassionevole,
il maestro del mondo, con i suoi deva,
gli disse:
“Vieni, monaco.”
Così fu ordinato
ed entrò nel Sangha.

Quando una persona
si risveglia alla consapevolezza,
essa illumina il mondo
come la luna che emerge da dietro le nubi.

Quando una persona
lascia l’errore per la virtù
essa illumina il mondo
come la luna che emerge da dietro le nubi.

Quando il monaco novizio
prende rifugio
nel Buddha:
egli illumina il mondo
come la luna che emerge da dietro le nubi.

Possano anche i miei nemici

ascoltare il Dhamma.
Possano anche i miei nemici
prendere rifugio
nel Buddha.
Possano anche i miei nemici
frequentare quelle persone
che – pacifiche, buone –
insegnano agli altri il Dhamma.
Possano anche i miei nemici
ascoltare più volte il Dhamma
da coloro che praticano la tolleranza,
l’astinenza,
la compassione,
e praticare i loro insegnamenti.

In questo modo sicuramente non recherà nessun danno
né a me né agli altri;
raggiungerà la suprema pace,
proteggerà sia il debole sia il forte.

Come il contadino incanala l’acqua,
come il fabbro raddrizza le sue frecce,
come il falegname lavora il legno,
così il saggio lavora se stesso.

Alcuni vengono educati con bastoni,
pungoli e fruste,
invece senza bastoni o altre armi
sono stato educato dall’Equanime.

“Il pacifico esecutore” è il mio nome,
perché agisco senza nuocere.
Oggi rendo onore al mio nome
perché non reco danno a nessuno.

Un bandito ero,
il famoso Angulimala.
Trasportato dal grande flusso,
presi rifugio nel Buddha.

Con le mani macchiate di sangue ero,
il famoso Angulimala.
Osserva come ho preso rifugio!
Sradicata è [la brama],
causa di continue rinascite.

Avendo esaurito il mio kamma
che mi avrebbe fatto rinascere
in reami infernali,
toccato dal frutto di [quel] kamma,
pagato il debito, mangio il mio frutto.

Si smarriscono nella distrazione
– stolti, confusi –
mentre il saggio
fa tesoro della presenza mentale
che ha coltivato
come la più preziosa delle ricchezze.

Non abbandonare la presenza mentale,
non perderti nella sensualità.
Perciò una persona presente mentalmente,
assorta nei jhana,
raggiunge un proficua felicità.

Questa felicità sarà lieta e durevole,
non vi saranno più pensieri malvagi in me.
Fra le varie qualità ben sviluppate,
ho raggiunto la migliore.

Questa felicità sarà lieta e durevole,
non vi saranno più pensieri malvagi in me.

La triplice conoscenza
è stata ottenuta;
gli insegnamenti del Risvegliato, compiuti.

Molte volte ho dimorato
con la mente agitata –
nella foresta,
ai piedi di un albero,
sui monti, nelle caverne –
sereno adesso riposo, dimoro,
sereno vivo la mia vita.
O, il Maestro mi ha mostrato la compassione!

Prima, ero di stirpe bramana,
di alta nascita.
Oggi sono il figlio
del Sugata,
il re del Dhamma,
il Maestro.

Senza brama, senza attaccamento,
le porte dei sensi sotto controllo, ben concentrato,
avendo ucciso la radice del male,
ho distrutto tutti i veleni della mente.

Il Maestro che ho servito;
il Risvegliato,
il compiuto;
il pesante fardello deposto;
la guida del divenire [cioè la brama] sradicata.
La meta per cui ho lasciato
la casa per l’ascetismo
è stata raggiunta:
la fine
di ogni legame.

E questa è la storia di Angulimala che correva e alla fine si fermò.


Digressioni sul giardino.

pruning trees

Cose guaste. Devi ripulire, emendare, rinnovare, sarchiare la terra, zappare e innaffiare. In primavera, tutto dovrà fiorire. E poi c’è la potatura, un’arte che si impara nel tempo, quando infine s…

Source: Digressioni sul giardino.


Una crisi spirituale – Al Ghazali

Poi considerai le circostanze della mia vita e vidi come ero invischiato negli attaccamenti. Considerai le mie attività, prima di tutto di insegnante e guida,e mi resi conto che con esse io mi dedicavo a conoscenze poco importanti e che non contribuivano all’ottenimento della vita eterna.

Poi esaminai il motivo che mi spingeva ad insegnare, e compresi che esso non era un puro desiderio per le cose divine, ma che l’impulso che mi spingeva era il desiderio di  una posizione influente e il riconoscimento pubblico. Vidi con sicurezza di essere sull’orlo di una duna di sabbia che stava crollandomi sotto i piedi e il pericolo imminente delle fiamme infernali, se non avessi raddrizzato il mio cammino.

Per un po’ di tempo riflettei continuamente su questo, mentre  la questione restava irrisolta. Un giorno mi risolvevo a lasciare Baghdad e farla finita con le circostanze avverse, il giorno dopo abbandonavo la decisione presa. Mettevo un piede avanti e tiravo l’altro indietro. Se alla mattina provavo un genuino desiderio per la vita eterna, a sera l’attacco di una schiera di desideri mondani lo riduceva all’impotenza. I desideri mondani lottavano per mantenermi in catene là dov’ero, mentre la voce della fede chiamava: ‘ In marcia! In marcia! Ciò che ti resta da vivere è poco e il viaggio è ancora lungo. Ciò che ti tiene occupato, sia intellettualmente che praticamente, non è altro che ipocrisia e delusione. Se non ti prepari ora per la vita eterna, quando ti preparerai? Se non tagli ora questi attaccamenti, quando li taglierai?” A questo, l’impulso si agitava e prendevo la risoluzione di partire.

Subito, allora, tornava Satana: ”Questo è un umore passeggero’ diceva ‘non arrenderti ad esso, poiché sparirà presto. Se gli cedi e lasci la tua posizione influente, e queste circostanze così comode e dignitose, libere da preoccupazioni e problemi, se lasci questo stato di sicurezza in cui sei  in salvo dai tuoi avversari, poi vorrai tornare indietro e non sarà facile allora ritornare a tutto questo.”

Per quasi sei mesi fui diviso continuamente tra il desiderio dei beni mondani e l’impulso verso la vita eterna. Nel Luglio del 1095, la questione non fu più di scelta, ma divenne compulsiva. Dio mi fece seccare la lingua, sicchè non potevo leggere ad alta voce. Un giorno in particolare mentre mi sforzavo di leggere per i miei discepoli non fui capace di pronunciare una sola parola, né di fare alcunché.

Questo ostacolo nel parlare produsse nella mia mente grande pena e negli stessi giorni fui impossibilitato a digerire cibo e bere, eccetto che un sorso d’acqua e appena un morso di cibo. Mi indebolii talmente che i medici alzarono le mani, poiché non trovavano nessun trattamento utile. ”Questa malattia ha origine dal cuore – dicevano- e da là si è diffusa nel corpo, l’unica cura è che l’ansia che attanaglia il cuore sia alleviata”.

Allora, percependo la mia impotenza e avendo completamente perso la possibilità di scegliere, presi rifugio in Dio l’altissimo, che mi guidasse.  Ed Egli mi rispose.  ‘ Egli risponde a chi afflitto si affida a lui’. (Corano 27, 63).

Egli rese facile al mio cuore di voltare le spalle alla posizione e alla ricchezza, ai figli e agli amici. Dichiarai pubblicamente che lasciavo Baghdad e così feci.

Deliverance from Error (al Ghazali Munquidh) – W. Montgomery Watt 1994

16th c. persian miniature sufi meditating


La caduta di Xibalba.

Il regno sotterraneo di Xibalbà è descritto nel POPOL VUH, il poema religioso Maya. La radice fonetica della parola è xib – paura, terrore, tremare di orrore. I due gemelli (eroi culturali Maya) Hun e Vucub furono distrutti dai Signori di Xibalbà e in seguito furono soppiantati dai gemelli Hunaipù e Xbalanquè, che li vendicarono sconfiggendo i Demoni dei vari Livelli di coscienza del regno di Xibalbà. Anche in questa cultura abbiamo quindi l’ennesimo mito del confronto e sconfitta dell’Ombra, con la relativa mitopoiesi.

Hun e Vucub, i primi due gemelli, erano orgogliosi e grandi giocatori di palla e si addestravano spesso in questo gioco; ma un giorno il rumore venne a noia ai Signori di Xibalbà che ordinarono loro di scendere negli Inferi a giocare. I due gemelli andarono e furono presi prigionieri e dopo molte torture furono sacrificati e sepolti. Ma sul terreno della sepoltura nacque un albero carico di teschi come frutti e uno di quei frutti era la testa di Hun, sottoforma di teschio. Arrivò in quel luogo la figlia di uno dei Signori dell’Inferno, Xquic,la Donna di Sangue, che attirata dalla forma del frutto ne volle raccogliere uno. Mentre allungava la mano sul suo palmo colò un po’ di saliva dal teschio di Hun. E così restò incinta di due Eroi Gemelli. Quando la gravidanza cominciò a notarsi, il padre ordinò a quattro messaggeri di portarla nei boschi e sacrificarla, nonchè di riportargli il suo cuore affinché fosse bruciato.

Xquic convinse i messaggeri a lasciarla andare e loro portarono al padre un altro cuore chiuso in una zucca. Così lei fuggì dal sottosuolo e diede vita ai due Eroi Gemelli, che diventati adulti decisero di discendere nell’oltretomba e vendicare i propri genitori; alla fine di lunghe prove attraverso la casa del Buio, la Casa dei Coltelli, quella del Freddo, dei Giaguari, del Fuoco e dei Pipistrelli, sconfissero i Signori di Xibalbà. Infatti questi ultimi assistendo più volte alla loro resurrezione dopo essere stati uccisi in vari modi, invidiosi chiesero di essere sacrificati e di essere resuscitati. I due Eroi Gemelli li uccisero e li lasciarono morti. Poi i Gemelli si alzarono nel cielo e diventarono il sole e la luna. 

Un’altra versione narra che la testa di Hun fosse appesa come trofeo ad un albero e che si trasformò in una zucca. La sua saliva (cioè il succo della zucca) impregnò la figlia di uno dei Signori di Xibalbà, Xquic (La Donna di Sangue). La ragazza fuggì, abbandonando il sottosuolo e partorì i due gemelli.
Hun-Vucub


L’unicorno dal corno d’oro .

C’era una volta un bambino, Nicolò,  che passava tutto il tempo a fantasticare e una notte sognò un unicorno d’oro. Tutti gli adulti gli dicevano  che non esisteva, per convincerlo. Fu solo il nonno invece a esortarlo:

” Cercalo Nicolò, con colori e pennelli. Sotto le tue mani lo vedrai comparire. Cercalo con questi scalpelli e lo troverai nel legno e nelle pietre. Cercalo con il flauto e il tamburello, e nella musica sentirai il suo galoppo. Cercalo nei libri che leggi o che sfogli. Dietro una pagina, un giorno ti apparirà. Perché nei tuoi sogni, l’unicorno dal corno d’oro esiste. Nella tua fantasia egli cavalca a briglie sciolte. Nel tuo cuore, fa mille capriole. Non smettere mai di cercarlo, Nicolò. Anche da grande non smettere mai di sognare.”

S. Nahas – L’unicorno dal corno d’oro – Arka 2001

the-bear- michael sowa


La parabola dei figli avidi.

conferenceofbirds3C’era una volta un contadino generoso e solerte, che aveva molti figli avidi e pigri.

In punto di morte rivelò loro che avrebbero trovato un tesoro se avessero scavato in un determinato campo.

Non appena il vecchio ebbe emesso il suo ultimo respiro, i figli si precipitarono nel luogo indicato e si misero a dissodare il campo da cima a fondo con una concentrazione e un’ansia che cresceva man mano che procedevano. Non avendo trovato la benché minima traccia del tesoro, si dissero che il padre, nella sua generosità, aveva distribuito le sue fortune da vivo e abbandonarono le ricerche.

Frattanto la terra era tutta ben dissodata,  allora pensarono che tanto valeva seminare il grano.

E così fecero. Il raccolto fu abbondante, così lo portarono al mercato per venderlo e guadagnarono tanto da avere prosperità per un anno.

Appena l’anno finì, cominciarono a pensare di nuovo al tesoro. Forse, dicevano, non abbiamo scavato bene, forse ci eravamo vicini e non ce ne siamo accorti, pensavano. Così dissodarono ancora con più solerzia il campo, ma invano.

Con il passare degli anni, ad ogni nuovo ciclo stagionale, il rito si ripeteva, e i figli impararono il lavoro e la fatica, che prima non capivano e compresero che il loro padre aveva  davvero indicato la via per trovare un tesoro.

Divennero così dei contadini onesti e contenti e non ebbero più bisogno di sognare un tesoro nascosto.

Questa storia mette in rilievo che un individuo può sviluppare certe capacità nonostante si sforzi di svilupparne altre ed è eccezionalmente molto diffusa, perché è introdotta dalla seguente frase: ‘ Coloro che la ripeteranno ne guadagneranno più di quanto pensino ‘.

Questo racconto fu pubblicato sia dal francescano Francis Bacon (che si riferiva alla filosofia sufi e insegnò a Oxford, donde fu cacciato per ordine del Papa),sia dal chimico settecentesco Boerhaave.

Questa versione è attribuita al Sufi Hasan di Basra, che visse più di milleduecento anni fa.

Idries Shah – I racconti dei dervisci – Astrolabio


Perdono.

Quando ero in carcere mi sono ammalato molto, molto gravemente. Avevo la tubercolosi e  altre malattie che non riesco nemmeno a ricordare. Ero vicino alla morte.
Alla mia destra c’era un prete che si chiamava Isku. Era stato abate di un monastero. Quest’uomo, forse 40 anni, era stato torturato in modo tale che ora stava morendo. Ma il suo volto era sereno. Parlava della sua speranza nel cielo, del suo amore per Gesù Cristo, della sua fede. Egli irradiava gioia.
Alla mia sinistra c’ era un comunistaaguzzino, che aveva torturato a morte questo sacerdote. Era stato arrestato dai suoi stessi compagni. Non credete ai giornali quando scrivono che i comunisti odiano solo i cristiani o gli ebrei non è vero. Sono pieni di odio. Odiano tutto. Odiano gli ebrei, i cristiani, odio odio antisemita, anticristi odio odio per tutti. Un comunista odia l’altro. Si denunciano l’un l’altro quando litigano tra loro, così li arrestano e li picchiano e torturano come tutti gli altri.
E così accadde che il comunistatorturatore che aveva torturato questo prete quasi fino alla  morte era stato sottoposto a torture dai suoi compagni. E moriva accanto  a me. La sua anima era in agonia.
A mezzanotte mi svegliai e mi disse: “Pastore, per favore pregate per me. Non posso morire, ho commesso questi peccati terribili.
Poi ho visto un miracolo. Ho visto il sacerdote agonizzante chiamare altri due prigionieri. E appoggiandosi  sulle loro spalle, piano, piano, passare davanti al mio letto, e sedersi sul letto di questo assassino e accarezzargli la testa Non dimenticherò mai questo gesto. Ho visto l’uomo assassinato accarezzare il suo assassino! Questo è l’amore: trovare affetto per lui.
Il sacerdote disse all’uomo: “Tu sei giovane; non sai cosa stai facendo. Ti amo con tutto il cuore. ” Disse solo quelle parole. Si può dire amore” ed è solo una parola di cinque lettere. Ma il vero amore è:“Ti amo con tutto il cuore.”
Poi continuò: “Se io, che sono un peccatore, ti amo così tanto, immagina Cristo che ha incarnato l’amore come ama! Anche con tutti i cristiani che hai torturato, Lui sa che ti perdono, ti amo e Gesù ama voi. Vuole perdonarvi molto di più di quanto voi desideriate. Vi chiedete se i vostri peccati possono essere perdonati. Lui vuole perdonare più di quanto volete che i vostri peccati siano perdonati. Egli vuole che siate con Lui in cielo molto più di quanto voi volete essere in cielo con lui. Egli è amore. Hai solo bisogno di rivolgerti a Lui e pentirti.
In questa cella della prigione, dove non c’era opportunità di solitudine, ho sentito la confessione del killer che era stato ucciso. La vita è più emozionante di romanzo ha scritto qualcuno. La vittima vicina alla morte ha raccolto la confessione del suo assassino. L’assassino ha chiesto alla vittima di pregare per lui.
Pregarono insieme, abbracciati e  poi il sacerdote tornò al suo letto. Entrambi gli uomini morirono quella notte. Era la vigilia di Natale. Fu per questo che ricordai come duemila anni fa Gesù nacque a Betlemme. Era la vigilia, nel corso della quale Gesù portò accanto a lui un killer comunista.
Queste sono cose che ho visto con i miei occhi.

Pubblicato sulla rivista AGAIN, settembre 1987.

traduzione dall’inglese


La storia di Angulimala, il santo assassino.


La storia del monaco che torna a casa.

E poi il monaco decise che era il momento di tornare a casa. Un giorno si era alzato al mattino e aveva cominciato a scrutare l’orizzonte.

Come era affascinante, e strano, il colore dell’alba. Era tutto nuovo: quegli alberi a pochi passi, con i fusti poderosi aggrappati alla terra, grandi,  antichi molto più di lui, del suo Maestro, e del Maestro del suo Maestro. L’acqua zampillava dalla sorgente, come una divinità chiacchierona la cui voce lo accompagnava incessante. Non era solo, non era mai stato solo, anche nei momenti di sconforto, quelli brutti quando il mare dell’incertezza lo sommergeva e lo prendeva  la brama di sapere come sarebbe andata a  finire.  Il monaco aveva imparato a capire quando arrivavano quei segni …spiriti malevoli, energie che si materializzavano affacciandosi alla sua coscienza. E lui cercava di lasciar fare, venite diceva, vedete come vi accetto, come vi accolgo? E si faceva torturare dai suoi demoni, perché voleva dargli amore, ma quelli non smettevano di ripresentarsi.  Neppure una volta il monaco pensò di abbandonare il suo eremo per tornare a casa, poiché sapeva bene che i demoni lo avrebbero seguito. No, doveva restare e affrontarli faccia a faccia, da solo lui con loro, senza via di scampo.  E così aveva imparato: aveva capito che per prima cosa, i demoni erano tenaci, ma si trasformavano, diventavano bui pozzi senz’aria e poi indietreggiavano indefiniti.  E che i demoni facevano sempre le stesse cose, entravano nella sua casa per gettare tutto all’aria per poi lasciarsi dietro rumori di scodelle nel silenzio e scomparire. E piano piano cominciò a dargli meno attenzione. Divennero un’abitudine, un tedio, inevitabile come un chiodo sulla strada, di cui ci si vuole liberare subito. Smisero i demoni di avere potere su di lui. Venne il momento del vuoto. Sembrava che non ci fosse più nulla di interessante, tanto che per un po’ considerò di richiamare i demoni perché si sentiva solo. Ma avevano perso il potere e il monaco li serbò come vecchi amici in foto sbiadite. E fu in quel momento, quando ripose i demoni al loro posto, pacificati e invecchiati, che il monaco cominciò a volgere lo sguardo altrove. Vide l’albero maestoso davanti al suo eremo, silenzioso compagno di tante avventure. L’acqua gorgogliante che lo aveva osservato e catturato nei suoi riflessi, e il sole sempre là a illuminare  il suo andirvieni, e il cielo che ogni giorno sfoggiava i suoi colori parlandogli delle sue emozioni. Mai stato solo.

Capiva adesso che finchè aveva rivolto la sua attenzione ai demoni, non aveva guardato niente altro. Capiva che fino a quel momento aveva guardato soltanto dentro di sé, e quello che c’era fuori lo aveva dimenticato.

E così ora stava tornando a casa.

Nessuno può restare isolato per sempre,  e questa è la guarigione, alla fine della lunga malattia dello spirito.

Machig Labdron

Machig Labdron

 


Haita il pastore – Ambrose Bierce.

Nel cuore di Haita le illusioni della giovinezza non erano state sostituite da quelle dell’età e dell’esperienza. I suoi pensieri erano puri e piacevoli, perché la sua vita era semplice e la sua anima priva d’ambizioni. Si alzava col sole ed andava a pregare al Tempio di Hastur, il Dio dei pastori, che ascoltava e si compiaceva. Dopo l’esecuzione di questo rito devoto, Haita apriva il cancello dell’ovile e con animo gioioso conduceva il suo gregge verso i campi. Mentre camminava, mangiava il suo pasto mattutino composto da torta di latte cagliato ed avena, fermandosi di tanto in tanto per aggiungervi bacche ancora fredde di rugiada, o per bere dell’acqua che arrivava dalle colline per confluire in un torrente al centro della vallata e dirigersi con questa non si sa dove. Durante la lunga giornata estiva, mentre le pecore brucavano la buona erba che gli Dei avevano fatto crescere per loro, o mentre erano distese con le zampe anteriori piegate sotto il petto e ruminavano, Haita, adagiato all’ombra di un albero o seduto su una roccia, suonava una musica così dolce con la sua zampogna, che qualche volta, con l’angolo dell’occhio, vedeva di sfuggita le divinità silvestri minori farsi avanti dalla macchia per ascoltare; ma, se guardava nella loro direzione, quelle svanivano.

Pastoral-Shepherd-and-Sheep-xx-Jusepe-de-Ribera (2)

Da ciò, dato che doveva aver pensato alla possibilità di trasformarsi in una delle sue pecore, trasse la solenne conclusione che la felicità può arrivare se non è richiesta ma, se la si cerca, non sarà mai vista.

Così trascorse la sua vita, un giorno uguale all’altro, tranne quando le tempeste esprimevano l’ira di qualche Dio offeso. Allora Haita si rannicchiava nella sua caverna, col viso nascosto nelle mani, e pregava di poter essere punito solo lui per i suoi peccati, e che il mondo fosse salvato dalla distruzione. Qualche volta, quando c’era una forte pioggia ed il torrente straripava obbligandolo a spingere il suo gregge atterrito sugli altopiani, intercedeva a favore della gente delle città che, gli era stato detto, si distendevano nella pianura al di là delle due colline blu che formavano l’ingresso della sua valle. “E’ gentile da parte tua, Hastur,” pregava, “darmi le montagne così vicine alla mia dimora ed al mio ovile, in modo che io e le mie pecore possiamo sfuggire i torrenti in collera; ma devi aiutare il resto del mondo, o smetterò presto di venerarti.” E Hastur, sapendo che Haita era un giovane che manteneva la parola, salvò le città e deviò le acque al mare.

Così aveva vissuto, sin da quando era in grado di ricordare. Non poteva assolutamente concepire nessun altro modo di vivere. Il pio eremita che abitava all’estremità della valle ad un’ora completa di viaggio, dal quale Haita aveva sentito il racconto delle grandi città dove abitava gente, povere anime!, che non avevano pecore non gli dava nessuna notizia dei tempi passati, quando doveva essere stato piccolo ed indifeso come un agnello. Fu pensando a queste meraviglie e misteri, e a quell’orribile mutamento in silenzio e decomposizione che sicuramente una volta o l’altra l’avrebbe raggiunto come aveva visto che aveva raggiunto tanti suoi greggi, e come raggiungeva tutte le creature viventi tranne gli uccelli che Haita per la prima volta divenne consapevole di quanto fosse miserabile e senza difesa la sua sorte. “E’ necessario,” disse, “che sappia da dove io provenga e come perché, come è possibile assolvere al proprio dovere, se non si sa giudicare quale esso sia? E quale appagamento posso avere quando non so quanto a lungo durerà? Forse posso essere mutato prima che sorga un altro sole, ed allora che ne sarà delle pecore? che cosa ne sarà di me?” Pensando a queste cose, Haita divenne melanconico e cupo. Non parlava più con allegria al suo gregge, né correva più con alacrità al Tempio di Hastur.   In ogni brezza sentiva sussurri di divinità malvage la cui esistenza solo allora aveva osservato per la prima volta. Ogni nuvola era un portento apportatore di disastri, e l’oscurità era piena di terrore. La sua zampogna, messa tra le labbra, non emetteva più melodie, ma un lugubre lamento; le creature silvane e riparie non affollavano più il lato del boschetto per ascoltare, ma sfuggivano il suono, come Haita capiva dalle foglie agitate e dai fiori piegati. Allentò la vigilanza, e molte delle suepecore si allontanarono per le colline e si smarrirono. Quelle che rimasero divennero magre e malate per mancanza di buon pascolo, perché Haita non lo cercava più, ma le conduceva giorno dopo giorno sempre allo stesso luogo, immerso in una mera astrazione, mentre si scervellava sulla vita e la morte, dato che non conosceva l’immortalità. Un giorno, mentre si abbandonava alle riflessioni più tetre, improvvisamente saltò dalla roccia sulla quale sedeva, e con un gesto determinato della mano destra esclamò: “Non supplicherò più a lungo gli Dei per una conoscenza che mi rifiutano. Dimostrerò che non mi fanno un torto. Farò il mio dovere quanto meglio posso e, se sbaglio, che la colpa ricada sulle loro teste!” Improvvisamente, mentre parlava, una grande luminosità piovve intorno a lui, e lo fece guardare all’insù, pensando che il sole avesse aperto una fessura attraverso le nuvole; ma non c’erano nuvole. A non più della lunghezza di un braccio, c’era una magnifica fanciulla. Era così bella che i fiori ai suoi piedi chiudevano i petali per la disperazione e piegavano le corolle in segno di sottomissione; il suo sguardo era così dolce che i colibrì si affollavano intorno ai suoi occhi quasi spingendovi dentro i becchi assetati, e le api selvatiche volavano intorno alle sue labbra. La sua luminosità poi era tale, che le ombre di tutti gli oggetti divergevano dai suoi piedi, girando quando si muoveva. Haita era estasiato. Sollevandosi, si inginocchiò davanti a lei in adorazione, e lei gli pose la mano sulla testa.

“Vieni,” disse con una voce che aveva la musica di tutte le campane del gregge, “vieni, non devi adorare me che non sono una divinità ma, se sei sincero ed obbediente, io aspetterò con te.” Haita prese la mano che gli veniva offerta e, balbettando parole di gioia e gratitudine, si alzò: in piedi, mano nella mano, sorridevano l’uno allo sguardo dell’altro. Lui la fissava con venerazione e rapimento. Disse: “Ti prego, amabile fanciulla, dimmi il tuo nome e da dove e perché sei venuta.” A queste parole lei si pose un indice sulle labbra e cominciò ad allontanarsi. La sua bellezza subì una visibile alterazione che lo fece rabbrividire: non sapeva perché, dato che era ancora bella. Il paesaggio era stato oscurato da un’ombra gigantesca che strisciava attraverso la valle con la velocità di un avvoltoio. Nell’oscurità, la figura della fanciulla divenne più tenue ed indistinta e la voce sembrava arrivare da lontano quando disse con addolorato tono di rimprovero: “Giovane presuntuoso ed ingrato! Allora ti devo lasciare così presto? Nulla tranne te avrebbe potuto rompere l’eterno accordo!” Indicibilmente addolorato, Haita cadde sulle ginocchia e l’implorò di restare, poi si alzò e la cercò nell’oscurità che aumentava, corse in circolo chiamandola ad alta voce, ma

 tutto fu invano. Non era più visibile ma, al di fuori dell’oscurità, poté sentire la sua voce dire: “No, non mi troverai cercandomi. Torna ai tuoi doveri, pastore infedele, o non ci incontreremo mai più.”

Era caduta la notte. I lupi ululavano sulle colline e le pecore atterrite si affollavano intorno ai piedi di Haita. Nelle esigenze del momento aveva dimenticato la sua delusione: condusse le pecore all’ovile e, ristabilendo la sua venerazione, elargì il suo cuore colmo di gratitudine ad Hastur che gli aveva permesso di mettere in salvo il gregge, poi si ritirò nella caverna dove si addormentò.

Quando Haita si svegliò, il sole era alto e splendeva nella caverna illuminata con grande magnificenza. E lì, accanto a lui, sedeva la fanciulla. Sorrideva con un sorriso che sembrava la musica resa visibile dalla sua zampogna. Non osava parlare, temendo di offenderla come in precedenza, perché non sapeva che cosa poteva osare dire.”Poiché,” lei disse, “hai adempiuto al tuo dovere presso il gregge e non hai dimenticato di ringraziare Hastur per aver fermato i lupi della notte, sono venuta a te nuovamente. Mi vorrai come compagna?”

“Chi non ti vorrebbe per sempre?” rispose Haita. “Oh! non mi lasciare mai più fin quando… fin quando io… muterò e diventerò silente ed immobile.”  Haita non aveva nessuna parola per rendere quella di morte. “Preferirei, veramente,” continuò, “che tu fossi del mio stesso sesso, che potessimo lottare e correre, e così non stancarci mai di stare insieme.” A queste parole la fanciulla si alzò ed uscì dalla caverna, e Haita, saltando giù dal suo giaciglio di rami odorosi per raggiungerla e trattenerla, osservò con sorpresa che stava cadendo la pioggia ed il torrente al centro della valle straripava. Le pecore belavano per la paura, perché le acque che si sollevavano avevano invaso l’ovile. E c’era pericolo per le città sconosciute della lontana pianura.

Passarono molti giorni prima che Haita vedesse di nuovo la fanciulla. Un giorno tornava dalla cima della valle, dove era andato con latte di pecora, dolce di avena e bacche per il pio eremita, che era troppo vecchio e debole per provvedere da solo al cibo. “Povero vecchio!” disse ad alta voce, mentre camminava a fatica verso casa. “Tornerò domani e lo porterò con me nella mia abitazione, dove mi prenderò cura di lui. Sicuramente è per questo che Hastur mi ha fatto vivere per tutti questi lunghi anni, e mi ha dato la salute e la forza.” Mentre parlava, la fanciulla, vestita con abiti scintillanti, gli andò incontro sul sentiero con un sorriso che gli tolse il respiro. “Sono venuta nuovamente,” disse, “per abitare con te se mi vorrai ora, perché nessun altro lo vorrà. Potresti aver imparato la saggezza, e volermi prendere come sono, senza voler sapere altro.” Haita si buttò ai suoi piedi. “Essere meraviglioso,” esclamò “se tu ti degnassi solo di accettare tutta la devozione del mio cuore e della mia anima, dopo che Hastur è stato onorato, entrambi saranno tuoi per sempre. Ma, ahimè, tu sei capricciosa e testarda. Prima del sole di domani posso averti persa di nuovo. Prometti, ti supplico, che in qualunque modo nella mia ignoranza possa offenderti, mi perdonerai e resterai sempre con me.” Aveva a stento finito di parlare, quando un gruppo di orsi uscì dalle colline correndo verso di lui con fauci rosse e occhi fiammeggianti. La fanciulla svanì di nuovo, e lui si voltò e scappò per mettere in salvo la vita. E non si fermò fin quando non fu nella capanna del pio eremita da dove era partito. Rapidamente sbarrò la porta contro gli orsi e si buttò sul pavimento dove si mise a piangere.

“Figlio mio,” disse l’eremita dal suo giaciglio di paglia raccolta di fresco quella mattina dalle stesse mani di Haita, “non è da te piangere per gli orsi; dimmi quale dispiacere ti è accaduto, che l’età possa soccorrere i dolori della gioventù con i balsami della saggezza.” Haita gli raccontò tutto: come per tre volte aveva incontrato la splendida ragazza, e come per tre volte quella lo aveva lasciato disperato. Narrò minuziosamente tutto quello che c’era stato fra di loro, senza tralasciare una parola di ciò che era stato detto. Quando ebbe finito, il pio eremita rimase un momento in silenzio, poi disse:

“Figlio mio, ho ascoltato la tua storia, e conosco quella fanciulla. Io stesso l’ho vista, come molti. Sappi, allora, che il suo nome, che non ti permetterà mai di chiedere, è Felicità. Le dicesti la verità: che è capricciosa perché impone condizioni che l’uomo non può soddisfare, e la colpa è punita con l’abbandono. Arriva solo quando non è richiesta e non potrà mai essere interrogata. Una manifestazione di curiosità, un segno di dubbio, un’espressione di timore, e lei va via! Per quantotempo l’hai avuta ogni volta, prima che scappasse?”

“Un solo istante,” rispose Haita, arrossendo per la vergogna della confessione. “Ogni volta la facevo andar via in un attimo.”

“Giovane sfortunato!” disse il pio eremita. “Ma, per la tua indiscrezione, hai potuto averla solo per due istanti.”


Il mistero, la segretezza.

Il mistero è buio, oscuro e carico di domande. Facciamo illazioni, sospettiamo, crediamo di aver capito, ma tutto resta appiccicoso e troppo solido, come un fascio di spine che non si riesce a districare. Il mistero straccia dentro, ancora nulla si esprime, silenziosamente l’anima si volta e cerca e guarda: ma nulla, niente, non si placa la sua sete, c’è questo grande buio dove vagano frammenti di sconosciuti fantasmi, indistinti, estranei.

Il mistero dà dolore. E’ il velo che divide conoscenza e non conoscenza, e quando siamo in cerca di vie d’uscita, implacabile ci lascia a vagare nel suo labirinto: e così ripercorriamo mille volte le strade già battute, ritorniamo indietro, tentiamo e ritentiamo ancora di penetrare in quel minuscolo spiraglio di luce che si fa vedere, che richiama. Il mistero vuole essere svelato. E si fa svelare, a prezzo di una solitudine carica di silenzio e fragilità. Fragilità che diventa cristallo, e che comincia a brillare quando, stanchi di ambizioni, ci chiniamo ad accettare umilmente la nostra condizione. Fragilità umile ma furiosa, poiché riconosciuta dall’anima come unica via d’uscita a quel senso di soffocante stasi, di incognita gonfia di attese, che è il mistero.

Si svela, appena diventi umile. Allora una luce comincia sollevarsi nel tuo cuore, fiamma, stella, fornace dove le passioni ardono ora per splendere e non per soffocarti con l’intrusione continua della mente,dei suoi chiacchiericci e il soppesare continuo. Il mistero si svela lasciando che la fiamma arda. Calore interiore, fuoco che tutto brucia e ci ricollega con l’altro e tutti gli altri.

Allora, quando il mistero è svelato deve essere mantenuto segreto. La segretezza avverte: tienilo per te, che il cammino sia simbolo della tua Storia.

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La storia di Angulimala, il santo assassino.

 untitled (10)Un uomo dall’aspetto selvatico e feroce, Angulimala, corre verso il Buddha, che gli volta le spalle incurante. L ‘uomo ha al collo una collana di dita umane, come sbrigativo conto delle sue vittime. Sullo sfondo sua madre vaga nella foresta per avvertirlo del pericolo.

Angulimala ‘Colui che porta la collana di dita’ era nato con il nome di Ahimsaka, ‘Colui che fa del bene’. Tutta la storia è riportatata nel Sutta Pitaka del canone Pali, come esempio di redenzione e soprattutto di superamento della predestinazione e del karma ‘negativo’.

Nascita e segni karmici.

Molti segni accompagnarono la  nascita di Angulimala: tempeste, armi che brillavano nell’oscurità e sogni nefasti;  in più l’oroscopo del neonato mostrava la sua appartenenza  alla  ‘costellazione dei ladri’. Il padre era un potente bramino, un uomo santo che istruiva il Re, e si può immaginare la sua costernazione di fronte a questi presagi  sulle tendenze poco sante del suo unico figlio maschio. Il santo uomo ligio al Dharma pensò addirittura di sopprimere il bambino, ma il Re – che poi si convertirà al Buddhadharma- glielo impedì, e per contrastare le propensioni negative gli consigliò di imporgli  il nome Ahimsaka e di inviarlo a ricevere un’educazione appropriata e completa da un famoso Guru.

Ahimsaka era volenteroso, ubbidiente e rispettoso; ben presto si distinse per la sua intelligenza e diligenza, ma purtroppo, senza che lui ne fosse consapevole, cominciò a sollecitare negli altri discepoli ogni sorta di invidie e gelosie. Le chiacchiere arrivarono fino al Guru, il quale cominciò a sviluppare verso il giovane un poco compassionevole sentimento di antipatia e gelosia. Pensò di punirlo, senza sporcarsi le mani, in un modo subdolo e orribile, chiedendo al povero Ahimsaka di portargli mille dita di mille  mani destre.

‘Mio caro Ahimsaka, ora che la tua educazione è completa è d’uso che tu mi faccia un’offerta. Mi porterai mille dita della mano destra.’ Costernato il ragazzo balbettò: ‘ Come posso farlo, Maestro? La mia famiglia non ha mai compiuto atti di violenza verso persone innocenti.’

E il Guru: ‘O fai così oppure non ci sarà frutto per tutto ciò che hai imparato’. Ahimsa non ribattè, si inchinò, si prostrò, e giurando di ubbidire, se ne andò nella vasta e selvaggia foresta di Jalini, là si costruì un nascondiglio da cui poteva sorvegliare la via maestra e cominciò la sua opera santa per soddisfare la macabra richiesta.

Ahimsaka diventa Angulimala.

Cominciarono così a manifestarsi nella vita del giovane le tracce karmike delle precedenti vite, già annunciate dai presagi alla sua nascita : a lui sembrava di non avere scelta, e che questa missione, difficile e terribile, fosse il prezzo da pagare per la saggezza acquisita. Pensava senza dubbio che la sua santità passasse attraverso la morte di altre creature, poiché credeva ciecamente al Guru e alla sua bontà.  Questo credeva, poiché non vedeva che la richiesta del guru  in realtà rispondeva pienamente alle sue forti propensioni karmiche, che nelle vite precedenti lo avevano già condotto sulla stessa strada.  Ahimsaka scelse di seguire questa strada, proprio come noi, quando scegliamo di comportarci in un modo oppure in un altro. La scelta di fare o non fare una cosa, secondo il nostro giudizio e in fin dei conti a ciò che ci fa più piacere e comodo. E’ così che nasce la banalità del male: si eseguono gli ordini, poco importa se  di un dittatore esterno oppure dell’ Ombra, anch’essa un dittatore, il più potente di tutti.   Scelte che conducono ad altre scelte, seppure animate da ciò che razionalmente  ci sembra giusto e appropriato, e che  spesso ci portano in strade scure e pericolose, alimentando invece le nostre più sottili propensioni, quelle che otto secoli dopo Machig classificherà come ‘demoni’. Ma questa è un’altra lunghissima storia.

Nella più totale solitudine il giovane Ahimsaka cominciò la sua opera. Al principio le dita delle sue vittime erano appese ai rami della foresta, ma siccome gli uccelli se ne nutrivano, egli pensò di farsene una collana, così che  suo rosario, mantra e preghiera  fosse il conto incessante delle dita mozzate, in attesa di completare l’opera. All’inizio, cercò di uccidere soltanto banditi e assassini ma quando non ce ne furono più, con solerzia scese fin nei villaggi per prendere le dita di chiunque, donna uomo o bambino, amico o nemico, gli si parasse davanti.

Simile a una bestia selvaggia, dedito alla morte e ossessionato dai suoi demoni – l’Ombra scura e non integrata con cui ciascuno di noi deve vedersela, pena la morte spirituale, – Angulimala scende nel suo inferno e si lascia abbracciare totalmente dalle sue tendenze distruttive e  violente: è solo, diviso da tutti, odiato da tutti. Non sa cosa sia l’amore e la compassione, poiché tali qualità non gli erano mai state mostrate, neppure dal Guru Bramino. Addirittura arriva a pensare che la sua opera sia compassionevole e buona, dettata dal più alto conseguimento spirituale. In fondo, pensava, togliere la vita significa togliere la sofferenza, si giustificava. L’Ombra in tutto il suo splendore, che reclama il ripetersi dello stesso percorso, delle stesse azioni.  Il Karma è azione: come  un riversarsi delle nostre energie verso gli aspetti più tormentati della nostra psiche, le macchie, le oscurità, le ombre irrisolte che non si riesce a integrare, e che siamo condannati, per sempre, a rimettere in scena, in ogni nostro contatto e relazione. Fino al suo dissolvimento, che determina il salto di qualità del proprio karma.  Amore….ce n’era tanto in quell’assassino, solo che questo amore aveva preso la forma del dolore. Solo che lui, e noi, invece di fare esperienza della totalità, facciamo esperienza in fin dei conti della ferita sottostante a tutte le ferite, quel magma profondo e misterioso che ci anima senza essere visto, che sta lì da tempo immemorabile e tesse, tesse, tesse le sue storie.

Tutta questa storia è un confronto con l’Ombra in piena regola.  E Angulimala, proprio attraverso questo confronto, dissolve il suo karma. Nei testi Pali si dice che Angulimala soltanto attraverso l’estinzione del suo karma precedente avrebbe potuto liberarsi:

Avendo esaurito il mio karma
che mi avrebbe fatto rinascere
in reami infernali,
toccato dal frutto di quel karma,
pagato il debito, mangio il mio frutto

canta felice quando, ormai monaco e convertito, racconta la sua storia.

Scrive lo psicanalista  Haule: ‘L’amante demonico è il risultato della mancata differenziazione dell’Animus -o Anima- dall’Ombra. L’amore verso gli altri è contaminato da tutto ciò con cui desideriamo non avere a che fare (l’Ombra). ‘

Non è possibile nessun avanzamento, nessun amore e nessuna compassione se non ci si confronta con questa Ombra, questo fardello di oscurazioni – ferite che nutrono l’Ego nel modo più subdolo, e con il quale occorre confrontarci sul filo della dissoluzione di sé. Nutrire il demone, dice Machig, amarlo e dargli quello che vuole: una terrificante impresa in cui ci troviamo ogni volta che agiamo spronati dalle fantasie egocentriche invece che mettere a fuoco la reale natura dell’esperienza che stiamo facendo. Allucinati, come lo era Angulimala.

E poi incontra il Buddha.

 E così  Ahimsaka il buono, consegnandosi al suo lato oscuro cambia nome e diventa Angulimala, il collezionista di dita. E  continua le sue uccisioni per lungo tempo, avvolto fino in fondo, a tutti gli effetti, nel suo peggior incubo. Poi con un formidabile incrociarsi di eventi sincronici, il karma di Angulimala matura: i soldati del Re lo cercano per giustiziarlo e sua madre, nonostante il divieto del marito bramino, si inoltra nella foresta per avvertirlo;  e lui, Angulimala, si rende conto che gli manca un solo dito per completare finalmente l’opera e sciogliere il suo debito. Un solo dito, ancora solo una vita. Intanto il Beato sente l’estremo pericolo  in cui si trova Angulimala e magicamente corre a soccorrerlo. A nulla valgono gli avvertimenti degli abitanti dei dintorni, il Beato sa che questo uomo che chiamano Angulimala è legato a lui da precedenti incontri karmici, in cui la Compassione non l’aveva mai avuta vinta sulla Forza. Così il Beato va, e all’improvviso appare, luminosissimo, davanti al feroce ladro di dita, proprio nel momento in cui sta per lanciarsi sulla sua stessa madre, che vagava nella foresta cercandolo, per ucciderla. E subito Angulimala si volta e lo fissa, e corre corre verso di lui per farlo a pezzi, senza riuscire mai ad avvicinarsi, poiché il Buddha si sposta velocemente camminando piano,  sempre al di là del suo coltello. E a questo punto, qualcosa si muove in Angulimala, qualcosa si stanca, si spezza, e  gli grida una semplice richiesta: di fermarsi.

angulimala and the buddha‘Fermati, monaco! Smettila!’

E il Beato:’ Ma io mi sono fermato, Angulimala. Fallo anche tu.’

Ed ecco il dialogo, come è riportato nel Sutta Nikaya:

Angulimala:
“Mentre avanzi, asceta,
affermi: ‘Mi sono fermato’.
Ma quando io mi fermo
non avanzo.
Ti chiedo cosa vuol dire.
Come, ti sei fermato?
Come, io non avanzo?
Il Buddha:
”Mi sono fermato, Angulimala,
una volta e per sempre,
avendo eliminato la violenza
verso tutti gli esseri.
Così mi sono fermato
mentre tu, invece, avanzi.”
Angulimala:
Per venerare il Guru
mi sono recato nella grande foresta.
Dopo aver ascoltato i tuoi versi
in linea con il Dhamma
ho deciso di abbandonare il male.

Dopo aver parlato, il bandito
gettò la sua spada e le sue armi
da una rupe in una voragine, una fossa.
Poi il bandito si prostrò
rendendo omaggio al Sugata,
e in quel luogo chiese di intraprendere il sentiero.
Il Risvegliato, l’onniveggente compassionevole,
il maestro del mondo, con i suoi deva, gli disse:
“Vieni, monaco.”
Così fu ordinato ed entrò nel Sangha.

Quando una persona
si risveglia alla consapevolezza,
essa illumina il mondo
come la luna che emerge da dietro le nubi.

Quando una persona
lascia l’errore per la virtù
essa illumina il mondo
come la luna che emerge da dietro le nubi.

Quando il monaco novizio
prende rifugio nel Buddha:
egli illumina il mondo
come la luna che emerge da dietro le nubi.

Possano anche i miei nemici ascoltare il Dhamma.
Possano anche i miei nemici prendere rifugio nel Buddha.
Possano anche i miei nemici frequentare quelle persone
che – pacifiche, buone – insegnano agli altri il Dhamma.
Possano anche i miei nemici ascoltare più volte il Dhamma
da coloro che praticano la tolleranza, l’astinenza,
la compassione, e praticare i loro insegnamenti.

In questo modo sicuramente non recherà nessun danno
né a se stesso né agli altri;
raggiungerà la suprema pace,
proteggerà sia il debole sia il forte.

Come il contadino incanala l’acqua,
come il fabbro raddrizza le sue frecce,
come il falegname lavora il legno,
così il saggio lavora se stesso.

Alcuni vengono educati con bastoni,
pungoli e fruste,
invece senza bastoni o altre armi
sono stato educato dall’Equanime.

“Il pacifico esecutore” è il mio nome,
perché agisco senza nuocere.
Oggi rendo onore al mio nome
perché non reco danno a nessuno.

Un bandito ero,
il famoso Angulimala.
trasportato dal grande flusso,
presi rifugio nel Buddha.

Con le mani macchiate di sangue ero,
il famoso Angulimala.
Osserva come ho preso rifugio!
Sradicata è la brama, causa di continue rinascite.

Avendo esaurito il mio kamma
che mi avrebbe fatto rinascere in reami infernali,
toccato dal frutto di quel kamma,
pagato il debito, mangio il mio frutto.

Si smarriscono nella distrazione, stolti, confusi,
mentre il saggio fa tesoro della presenza mentale
che ha coltivato come il più prezioso dei tesori.

Non abbandonare la presenza mentale,
non perderti nella sensualità.
Così una persona presente mentalmente,
assorta nei jhana,
raggiunge un proficua felicità.

Questa felicità sarà lieta e durevole,
non vi saranno più pensieri malvagi in me.
Fra le varie qualità ben sviluppate,
ho raggiunto la migliore.

Questa felicità sarà lieta e durevole,
non vi saranno più pensieri malvagi in me.

La triplice conoscenza è stata ottenuta;
gli insegnamenti del Risvegliato, compiuti.

Molte volte ho dimorato
con la mente agitata nella foresta,
ai piedi di un albero, sui monti, nelle caverne;
sereno adesso riposo e dimoro; sereno vivo la mia vita.
O, il Maestro mi ha mostrato la compassione!

Prima, ero di stirpe bramana, di alta nascita.
Oggi sono il figlio del Sugata,
il re del Dhamma, il Maestro.

Senza brama, senza attaccamento,
le porte dei sensi sotto controllo, ben concentrato,
avendo ucciso la radice del male,
ho distrutto tutti i veleni della mente.

Il Maestro che ho servito: il Risvegliato, il compiuto;
il pesante fardello deposto,
la guida del divenire  sradicata.
La meta per cui ho lasciato la casa per l’ascetismo è stata raggiunta:
la fine di ogni legame.

E questa è la storia di Angulimala, che correva e che infine si fermò.


L’Uccellino Azzurro – Maurice Maeterlinck

Atto 1 – La Casetta del taglialegna.

La scena rappresenta l’interno di una casa di un taglialegna, semplice e rustica, ma assolutamente non povera. Un camino incassato nel muro contiene le braci morenti di un fuoco di legna. Utensili da cucina, un armadio, un cesto,  l’ orologio del  nonno, un filatoio, un lavandino, ecc. Su un tavolo, una lanterna accesa. Ai piedi dell’armadio, su entrambi i lati, un cane e un gatto addormentati si trovano, acciambellati, ognuno con il naso nella coda. Fra loro si trova un grande pan di zucchero azzurro e bianco. Alla parete è appesa una gabbia rotonda con una tortora. Sul retro, due finestre, con le persiane chiuse. Sotto una  finestra, c’è uno sgabello. Sulla sinistra c’è la porta principale, con un grande chiavistello . A destra, un’altra porta. Una scala conduce ad un soppalco. Sulla destra ci sono anche due brandine per bambini, a capo delle quali ci sono due spalliere, su cui ci sono i vestiti piegati con cura. Quando il sipario si alza, Tyltyl e MYTYL sono addormentato nelle loro culle, MAMMA TYL li rimbocca, si china su di loro, li guarda per un momento mentre dormono e fa cenno a PAPA’ TYL, che infila la testa attraverso la porta socchiusa. MAMMA TYL pone un dito sulle labbra, per imporgli il silenzio, e poi va a destra, in punta di piedi, dopo aver prima spento la lanterna. La scena rimane al buio per un istante. Poi una luce, aumentando gradualmente di intensità, filtra attraverso le persiane. La  lanterna sul tavolo brilla di nuovo, ma la sua luce è di colore diverso rispetto a quando MAMMA TYL l’aveva spenta. I due bambini sembrano svegliarsi e si siedono sul letto.

Tyltyl : Mytyl?

MYTYL: Tyltyl?

Tyltyl : Sei addormentato?

MYTYL : Sei?

Tyltyl : No; come posso dormire mentre sto parlando con te?

MYTYL : Dico, è questo il giorno di Natale?

Tyltyl:Non ancora; non fino a domani. Ma Babbo Natale non ci porterà nulla  quest’anno ….

MYTYL:Perché no?

Tyltyl :Ho sentito la mamma dire che non poteva andare in città a dirglieloMa che verrà l’anno prossimo .

MYTYL:  E l’anno prossimo è lontano?

Tyltyl: Un bel po ‘. Ma lui verrà per i bambini ricchi stanotte.

MYTYL: Davvero?

Tyltyl : Accipicchia!  La mamma ha dimenticato di spegnere la lampadaHo un’idea!

MYTYL :Che cosa?

Tyltyl:  Su, andiamo….

MYTYL: Ma non dobbiamo.

Tyltyl: Perché, non c’è nessuno in giro …. Vedi le persiane?

MYTYL : Oh, come sono luminose!

Tyltyl : Sono le luci della festa!

MYTYL : Che festa?

Tyltyl: I bambini ricchi che abitano di fronte. E’ lalbero di Natale……Apriamo le persiane.

MYTYL:  Possiamo?

Tyltyl : Naturalmente; non c’è nessuno a fermarci …. Senti la musica? Alziamoci ….

(I due bambini si alzano, corrono a una delle finestre, salgono sullo sgabello e spalancano le imposte. Una luce brillante riempie la stanza. I bambini guardano fuori avidamente.)

Tyltyl: Possiamo vedere tutto!

MYTYL  :(che ha poco spazio sullo sgabello) Non posso ….

Tyltyl: Sta nevicandoCi sono due carrozze, con sei cavalli ciascuno!

MYTYL:  Stanno uscendo dodici bambini! 

Tyltyl: Che sciocca che sei!  Sono  bambine ….

MYTYL: Hanno i pantaloni alla zuava.

Tyltyl: Che ne sai tu? Non spingere così!

MYTYL : Non ti ho toccato..

Tyltyl:  (che  si sta prendendo lo spazio dell’intero sgabello ) Ti stai prendendo tutto il posto!

MYTYL: Beh, io non ne ho affatto, di spazio!

Tyltyl:  Smettila! Vedo l’albero!

MYTYL Quale albero?

Tyltyl: Beh, l’albero di Natale! Stai guardando il muro!

MYTYL : Guardo il muro perché non ho spazio.

Tyltyl : (dandole avaramente  un po ‘ di posto sullo sgabello) Ecco! Va bene?  Ora stai meglio di me! Dico, ci sono un sacco di luci!

MYTYL:  Chi sono quelle persone  che stanno facendo questo rumore?

Tyltyl:  Sono i musicisti.

MYTYL : Sono arrabbiati?

Tyltyl: No, ma è un lavoro duro.

MYTYL:  Un’altra carrozza con i cavalli bianchi!

Tyltyl : Zitta! E guarda!

MYTYL : Cosa sono quelle cose dorate , appese ai rami?

Tyltyl: Beh, giocattoli, puoi esserne certa  Spade, pistole, soldati, cannoni ….

MYTYL:  E bambole.  Per esempio, ci sono le bambole?

Tyltyl : Bambole! E’ troppo stupido; non c’è divertimento nelle bambole ….

MYTYL : E cosa sono tutte quelle cose sul tavolo?

Tyltyl : Dolci e frutta e crostate

MYTYL: Ne  ho avuto un po’ una volta quando ero piccola….

Tyltyl: Anche io. E’ meglio del pane, ma non te ne danno abbastanza ….

MYTYL: Ne hanno un sacco laggiù …. L’intero tavolo pieno …. hanno intenzione di mangiarle?

Tyltyl: Naturalmente. Che altro dovrebbero farne?

MYTYL : Perché   non le mangiano subito?

Tyltyl : Perché non hanno  fame .

MYTYL:  (stupita)  Non hanno famePerché no?

Tyltyl: Perché le mangiano tutte le volte che vogliono.

MYTYL:  (incredula) Tutti i giorni?

Tyltyl: Così si dice.

MYTYL: Le mangeranno tutte? Non ne rimarrà nulla?

Tyltyl : Per chi?

MYTYL:  Per noi .

Tyltyl : Non ci conoscono.

MYTYL : E se glielo chiediamo?

Tyltyl : Non dobbiamo.

MYTYL:  Perché no?

Tyltyl: Perché non è giusto.

MYTYL:  (battendo le mani) Oh, quanto  sono graziosi!

Tyltyl : (con entusiasmo) E come continuano a ridere e ridere!

MYTYL : E i più piccoli che ballano!

Tyltyl: Sì, sì! Balliamo anche noi! (Battono i piedi  sullo sgabello per la gioia)

MYTYL :Oh, che divertimento!

Tyltyl: Stanno portando i dolciLi possono toccareStanno mangiando, stanno mangiando, stanno mangiando!

MYTYL : Ci sono anche quelli piccoli! Ne hanno due, tre, quattro a testa!

Tyltyl : (ubriaco di gioia) Oh, che bello!  Oh, che bello, che bello!

MYTYL:  (contando dolci immaginari) Io ne ho dodici!

Tyltyl: E io quattro volte dodici! Ma io te ne darò un po ‘..

(Si sente bussare alla porta del cottage.)

Tyltyl: (improvvisamente calmo e spaventato) Cosa è stato?

MYTYL : (spaventata) E ‘Papà!

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Castaneda trova il posto e don Juan lo istruisce.

Castaneda incontrò per caso don Juan in un autobus, e lo cercò di nuovo quando era alla ricerca di informazioni per la sua tesi. Fin dall’inizio fu difficile estorcere qualunque informazione all’anziano indiano che lo considerava incapace di comprendere il valore della Via. Castaneda insistè per un anno intero, fino a che una domenica assolata, seduti nel piccolo porticato della casa di don Juan, ebbe luogo questo incredibile dialogo:

C.:Posso conoscere il peyote, don Juan? Non è sufficiente il mio desiderio di conoscenza, come un indiano?

D.J.  (dopo un lungo silenzio): Un modo c’è. Ma non sei stanco di startene seduto sul pavimento? Dovresti trovare un posto, un sitio dove sederti senza fatica.

C.  (molto stupito): Cosa intendi dire?

D.J. : Questa è una faccenda che devi risolvere da solo.

C: Non ho la minima idea di ciò che intendi dire.

D.J.: Intendo dire che devi trovare un posto dove un uomo possa sentirsi naturalmente forte e felice.

C.:Dammi un indizio, un’indicazione su come fare a trovare questo posto. E poi non riesco a capire qual è il nocciolo della questione.

D.J.: Beh allora cammina lungo la veranda fino a che non hai trovato quel posto.

Dopo pochi passi, Castaneda sentendosi molto stupido, tornò davanti a lui.

D.J.: Tu non ascolti! Io penso che forse non hai davvero intenzione di imparare! Ascolta: non tutti i luoghi sono adatti per sedersi o stare fermi. In questo porticato c’è soltanto un posto dove puoi sentirti perfettamente a tuo agio e il tuo compito è di trovarlo. Devi ‘sentire’ tutti i posti per stabilire qual è quello giusto per te.

C.: Ma in questo porticato ci sono un’infinità di punti da ‘sentire’. Ci metterò troppo tempo!

D. J.: Forse ti ci vorranno giorni interi. Ma se non lo fai, è meglio che te ne vai perché non ti dirò più niente. Io so benissimo dove si trova il sitio perciò non provare a mentirmi. Se vuoi conoscere il mescalito questo è l’unico modo. Che credi, che al mondo le cose vengano regalate? Non esiste scorciatoia per imparare quello che c’è da imparare.

Poi entrò nella boscaglia a orinare e entrò direttamente dal retro.

”Passeggiai per circa un’ora ma non accadde nulla che potesse rivelarmi il posto giusto. Alla fine mi stancai e tornai a sedermi; dopo qualche minuto mi spostai in un altro punto, e poi in un altro ancora, fino a coprire la superficie della veranda in modo quasi sistematico. Tentai con calma di ‘sentire’ la differenza tra un punto e l’altro, ma mi mancavano i criteri per stabilire una differenza.Avevo l’impressione che fosse tutta una perdita di tempo, ma decisi di rimanere comunque.

Mi distesi supino e misi le mani dietro la testa, come un cuscino. Poi mi girai, rimasi per un po’ a pancia in giù e, dopo aver ripetuto questi movimenti per tutto il pavimento, per la prima volta credetti di aver individuato un vago criterio: quando giacevo supino avvertivo un calore maggiore.

Mi girai di nuovo, questa volta nella direzione opposta e coprii un’altra volta l’intera superficie del pavimento.

Erano le due del mattino! Mi ero rotolato sul pavimento per sei ore.

In quel momento don Juan uscì e rimase fermo sulla porta. Ero molto abbattuto e l’unica cosa che volevo era dirgli qualche cattiveria e andarmene, ma mi resi conto che lui non aveva colpa: ero stato io a voler fare tutte quelle cose insensate.

Gli dissi che avevo fallito: mi ero rotolato per tutta la notte come uno stupido senza riuscire a risolvere il suo indovinello.

Don Juan si mise a ridere e disse: ‘Non mi sorprende che hai fallito, non hai usato gli occhi.’

‘ Ma tu mi hai detto di ‘sentire’ la differenza, non di usare gli occhi!’

E don Juan: ‘Si può sentire anche con gli occhi nel momento in cui gli occhi non guardano le cose! Perciò la sola cosa che puoi fare è usare tutto quello che hai e usare gli occhi.’

Rientrò in casa, e io ricominciai a rotolarmi di nuovo ma questa volta appoggiai il mento sulle mani e guardai ogni singolo dettaglio. Dopo un po’ di tempo l’oscurità che mi circondava cambiò. Fissai lo sguardo su un punto che si trovava esattamente davanti a me e tutta la zona periferica del mio campo visivo risplendette di un giallo verdastro omogeneo. L’effetto era sorpendente. Improvvisamente, in prossimità della parte centrale, mi resi conto di un altro cambiamento di colore: il giallo verdastro, nel mio campo visivo di destra, si tramutava in un viola intenso. Delimitai quel punto con la giacca e chiamai don Juan. Ero emozionato.

‘Credo d’ aver trovato il posto! Io ho realmente visto un cambiamento di colore!’

‘Vai a sederti in quel punto e dimmi cosa senti’.

Mi accovacciai, mi misi supino, per più di quindici minuti tentai di sentire o vedere qualcosa di diverso, ma non avvertivo nessuna differenza.

Mi alzai profondamente frustrato, ero stanco e volevo andarmene. Ma don Juan disse, serio stavolta: ‘Ora devi essere duro con te stesso. Hai solo due possibilità: o torni a casa senza aver imparato nulla, o risolvi la faccenda’

Rientrò in casa.

Volevo andarmene all’istante, ma ero troppo stanco per guidare, così mi sedetti, allungai le gambe e ricominciai tutto da capo. Ripercorsi tutto il porticato più volte, poi quando raggiunsi il centro, mi accorsi di un altro cambiamento di colore, ancora una volta all’estremità del mio campo visivo. Il verde che avevo individuato prima alla estremità si trasformò in un altro colore. Vi misi sopra una scarpa e ripercorsi tutto da capo: non ci furono altri cambiamenti di colore.

Tornai al punto dove avevo messo la scarpa  e lo esaminai: si trovava accanto a una grande roccia, a circa un metro e mezzo dove avevo lasciato la mia giacca. Ci rimasi sdraiato per un po’ di tempo, cercando di cogliere qualche indizio, ma niente.

Decisi allora di tornare nel punto dove avevo lascito la giacca: avvertii una strana inquietudine, una sensazione fisica come se qualcosa mi premesse sullo stomaco. Balzai in piedi, ritraendomi e mi si rizzarono i capelli sul collo. Iniziai ad avere paura. Tornai di nuovo alla roccia, accanto alla scarpa e lì mi lasciai cadere a terra. Cercai di capire che cosa mi avesse spaventato tanto e pensai che fosse la stanchezza: era quasi giorno.

Feci un ultimo tentativo: tornai nel punto della giacca e provai di nuovo la stessa inquietudine. Cercando di resistere alla paura che mi assaliva tentai di sdraiarmi, ma fui colto dalla nausea. Così tornai accanto alla roccia e sfinito mi addormentai. Mi svegliai sentendo don Juan che rideva a parlava. ‘Alla fine hai trovato il posto’.

Non capivo, e don Juan mi esortò a sdraiarmi sull’altro posto, ma per qualche strana ragione, non ci riuscii: quel posto mi terrorizzava veramente.

‘Solo uno stupido non capirebbe la differenza’ disse don Juan.

Carlos Castaneda – Gli Insegnamenti di don Juan.

don juan


I tre Maestri.

Quando Hassan, un grande Maestro Sufi, era moribondo, qualcuno gli chiese: “Hassan, chi è stato il tuo maestro?” Egli rispose: “Ormai è troppo tardi per chiedermelo. Mi rimane poco tempo, sto morendo”. Ma l’altro continuò: “Puoi dirmi semplicemente il suo nome. Sei ancora vivo, respiri e parli ancora: puoi dirmi semplicemente il suo nome”. E Hassan disse: “Mi riuscirebbe difficile, perchè ho avuto migliaia di Maestri. Se dovessi riferirti i loro nomi, impiegherei mesi e anni. E’ troppo tardi. Ma di certo voglio parlarti di tre Maestri.” Il primo era un ladro. Una volta, mi ero perso nel deserto e quando raggiunsi un villaggio era molto tardi. Metà della notte era già trascorsa, i negozi erano chiusi, le locande erano chiuse; non c’era anima viva per le strade. Cercavo qualcuno per chiedergli informazioni. Trovai un uomo che tentava di fare un buco nel muro di una casa. Gli chiesi dove avrei potuto riposarmi, e lui mi rispose: “Io sono un ladro e tu mi sembri un mistico Sufi. Il tuo abito.. la tua aura..” Poi aggiunse: “A quest’ora sarebbe difficile trovare un luogo in cui poterti riposare, ma puoi venire a casa mia. Puoi stare con me, se ti senti di stare in compagnia di un ladro”. Hassan continuò a raccontare: “Ebbi un attimo di esitazione. Poi un pensiero si affacciò nella mia mente: se un ladro non ha paura di un Sufi, perchè mai un Sufi avrebbe dovuto temere un ladro? Di fatto era lui che avrebbe dovuto avere paura di me! Perciò gli risposi: “Va bene, vengo con te”. Andai e vissi in casa di quel ladro. Quell’uomo era veramente amabile, squisito, al punto che rimasi con lui per un mese! Ogni sera mi diceva: “Adesso, vado a lavorare. Tu riposati, prega, fà il tuo lavoro”. Al suo ritorno, gli chiedevo: “Sei riuscito a prendere qualcosa?” Lui rispondeva: “Questa notte, no. Ma domani tenterò di nuovo”. Non perdeva mai la speranza. Per un mese, tornò a mani vuote, ma era sempre felice. Diceva: “Domani tenterò di nuovo. A Dio piacendo, domani accadrà. E anche tu prega per me. Quanto meno puoi dire a Dio di aiutare questo pover’uomo”. Hassan continuò a raccontare: “Meditando e meditando per anni, senza che mi accadesse nulla, molte volte sono piombato in momenti di disperazione, di assenza di ogni speranza, al punto che ho pensato di finirla con tutte quelle insensatezze. “Dio non esiste, tutte queste preghiere sono solo follie e tutta questa meditazione è una falsità”, poi improvvisamente mi ricordavo il ladro che ogni notte diceva: “A Dio piacendo, domani accadrà”. Perciò tentavo, ancora per un giorno. Se il ladro era così colmo di speranza, aveva tanta speranza e fiducia, io dovevo tentare quanto meno per un giorno ancora. La disperazione mi ha colpito molte volte, ma il ladro e il suo ricordo mi hanno sempre aiutato ad attendere ancora un giorno. E alla fine, un giorno accadde, accadde veramente! Mi prostrai. Ero lontato migliaia di chilometri dal ladro e dalla sua casa, ma mi prostrai in quella direzione. Era stato il mio primo Maestro. Il mio secondo Maestro fu un cane. Ero assetato e andavo verso il fiume, quando arrivò un cane. Anche il cane era assetato: guardò nel fiume, vide un altro cane nell’acqua – era la sua immagine riflessa – e si spaventò. Abbaiò e anche l’altro cane abbaiò. La sete era tanta, per cui il cane rimase esitante: si ritraeva e poi si lanciava verso il fiume… dove però rivedeva quel cane. Ma alla fine la sete lo fece decidere: all’improvviso si tuffò nell’acqua e l’immagine riflessa scomparve. Bevve a sazietà, nuotò nel fiume – era un’estate caldissima – io lo stavo osservando. Divenni cosciente che Dio mi aveva inviato un messaggio: dovevo fare un salto, malgrado tutte le mie paure. Quando stavo per fare un balzo nell’ignoto, in me affiorava la stessa paura. Mi avvicinavo all’orlo dell’abisso, esitavo e mi tiravo indietro. Poi, mi ricordavo il cane: se il cane c’era riuscito, perchè non potevo riuscirci anch’io? Finalmente, un giorno, mi tuffai nell’ignoto: scomparvi e rimase solo l’ignoto. Il cane era stato il mio secondo Maestro. E il terzo Maestro fu un bambino. Ero entrato in una città e vidi un bambino che portava una candela, una candela accesa, riparando la fiamma con le mani; era diretto alla moschea in cui avrebbe deposto la candela. Per gioco, gli chiesi: “Hai acceso tu la candela?”, “Sissignore” mi rispose. Gli chiesi scherzosamente: “Potresti dirmi da dove proviene la sua luce?” Prima la candela era spenta, poi è arrivato un momento in cui la candela si è accesa; potresti mostrarmi la sorgente da cui proviene la sua luce? Tu l’hai accesa, perciò devi aver visto arrivare la luce: da dove proveniva? Il bambino rise e spense la candela, dicendomi: “Adesso tu hai visto spegnersi la luce, dov’è andata? Dimmelo!” In quel momento, il mio ego andò in frantumi e così tutta la mia cultura. In quel momento, percepii tutta la mia stupidità. Da quel momento ho lasciato perdere ogni forma di sapere” Hassan parlò di tre Maestri, e disse anche: “Sono stati molti, ma ora non ho più il tempo parlarti di tutti”.

Tratto da i Libri del Fiore d’oro – Osho –


Sisifo è felice.

imagesCA6WPEAWGli dei avevano condannato Sisifo a far rotolare senza posa un macigno sino alla cima di una montagna, dalla quale la pietra ricadeva per azione del suo stesso peso. Essi avevano pensato, con una certa ragione, che non esiste punizione più terribile del lavoro inutile e senza speranza.

I miti sono fatti perché l’immaginazione li animi. In quanto a quello di cui si tratta, vi si vede soltanto lo sforzo di un corpo teso nel sollevare l’enorme pietra, farla rotolare e aiutarla a salire una china cento volte ricominciata; si vede il volto contratto, la gota appiccicata contro la pietra, il soccorso portato da una spalla, che riceve il peso della massa coperta di creta, da un piede che la rincalza, la ripresa fatta a forza di braccia, la sicurezza tutta umana di due mani piene di terra. Al termine di questo lungo sforzo, la cui misura è data dallo spazio senza cielo e dal tempo senza profondità, la meta è raggiunta. Sisifo guarda allora la pietra precipitare, in alcuni istanti, in quel mondo inferiore, da cui bisognerà farla risalire verso la sommità. Egli ridiscende al piano.

È durante questo ritorno, questa pausa, che Sisifo mi interessa. Un volto che patisce tanto vicino alla pietra, è già pietra egli stesso! Vedo quell’uomo ridiscendere con passo pesante, ma uguale, verso il tormento, del quale non conoscerà la fine. Quest’ora, che è come un respiro, e che ricorre con la stessa sicurezza della sua sciagura, quest’ora è quella della coscienza. In ciascun istante, durante il quale egli lascia la cima e si immerge poco a poco nelle spelonche degli dei, egli è superiore al proprio destino. E’ più forte del suo macigno.

Se questo mito è tragico, è perché il suo eroe è cosciente. In che consisterebbe, infatti, la pena, se, ad ogni passo, fosse sostenuto dalla speranza di riuscire? Sisifo, proletario degli dei, impotente e ribelle, conosce tutta l’estensione della sua miserevole condizione: è a questa che pensa durante la discesa. La perspicacia, che doveva costituire il suo tormento, consuma, nello stesso istante, la sua vittoria. Non esiste destino che non possa essere superato dal disprezzo.

Se codesta discesa si fa, in certi giorni, nel dolore, può anche farsi nella gioia. Questa parola non è esagerata. Immagino ancora Sisifo che ritorna verso il suo macigno e, all’inizio, il dolore è in lui. Quando le immagini della terra sono troppo attaccate al ricordo, quando il richiamo della felicità si fa troppo incalzante, capita che nasca nel cuore dell’uomo la tristezza: è la vittoria della pietra, è la pietra stessa. L’immenso cordoglio è troppo pesante da portare. Sono le nostre notti di Getsemani. Ma le verità schiaccianti soccombono per il fatto che vengono conosciute. Una sentenza immane risuona allora: “Nonostante tutte le prove, la mia tarda età e la grandezza dell’anima mia mi fanno giudicare che tutto è bene.” L’Edipo di Sofocle, come Kirillov di Dostoevskij, esprime così la formula della vittoria assurda. La saggezza antica si ricollega all’eroismo moderno.

“Io reputo che tutto è bene” dice Edipo e le sue parole sono sacre e risuonano nell’universo selvaggio e limitato dell’uomo, e insegnano che tutto non è e non è stato esaurito, scacciano da questo mondo un dio che vi era entrato con l’insoddisfazione e il gusto dei dolori inutili. Esse fanno del destino una questione di uomini, che deve essere regolata fra uomini.

Tutta la silenziosa gioia di Sisifo sta in questo. Il destino gli appartiene, il macigno è cosa sua. Parimenti, l’uomo assurdo, quando contempla il suo tormento, fa tacere tutti gli idoli. Nell’universo improvvisamente restituito al silenzio, si alzano le mille lievi voci attonite della terra. Non v’è sole senza ombra, e bisogna conoscere la notte. Se l’uomo assurdo dice sì, il suo sforzo non avrà più tregua. Se vi è un destino personale, non esiste un fato superiore o, almeno, ve n’è soltanto uno, che l’uomo giudica fatale e disprezzabile. Per il resto, egli sa di essere padrone dei propri giorni. In questo sottile momento, in cui l’uomo si volge verso la propria vita, Sisifo, tornando al suo macigno, contempla la serie di azioni senza legame, che sono divenute il suo destino, da lui stesso creato, riunito sotto lo sguardo e presto suggellato dalla morte. Così, persuaso dell’origine esclusivamente umana di tutto ciò che è umano, egli è sempre in cammino. Il macigno rotola ancora.

Lascio Sisifo ai piedi della montagna! Si ritrova sempre il proprio fardello. Ma Sisifo insegna la fedeltà superiore, che nega gli dei e solleva i macigni. Anch’egli giudica che tutto sia bene. Quest’universo, ormai senza padrone, non gli appare né sterile né futile. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.

(da Albert Camus, Il mito di Sisifo)

 

 


Tradimenti.

C’era una volta un uomo che aveva un bambino, un piccolo vivace e fiducioso che credeva ciecamente al valore del padre, il suo dio.

Come tutti quanti, il bambino pensava che il suo papà fosse un eroe, la fonte di ogni sapienza e conoscenza e si fidava di lui ciecamente.

Il papà, che aveva un po’ dimenticato cosa significa essere bambini, voleva impartirgli delle lezioni, poiché era convinto, come tutti i papà, che sono le lezioni che fanno l’uomo, e che se uno – per caso e funesto destino- non le avesse, sarebbe simile a un miserabile smidollato senza spina  dorsale. Perciò era suo dovere impartire lezioni: e questo lo chiamava amore paterno.

Un giorno quindi il padre giocava con il bimbo e disse: ‘Sali sul primo gradino di questa scala che io ti prendo’.

E il bimbo ubbidì e si gettò ridendo dal primo gradino. E il papà lo prese tra le braccia. E disse: ‘Ora facciamo un salto più grosso. Sali al secondo gradino e buttati’.

Il figlio salì il gradino e si gettò, finendo in questo meraviglioso gioco nelle braccia del padre.

E poi il padre disse di salire un terzo, un quarto e un quinto gradino. Il gioco diventava sempre più appassionante, per via della totale fiducia del figlio verso il padre, che – lui sapeva- sarebbe sempre stato lì a  raccoglierlo tra le braccia al sicuro.

E poi il padre disse: sali sul sesto gradino.

E il bambino ubbidì. Era alto e il padre era lontano, ma dio è onnipotente e se ti dice di fare una cosa tu la fai, non stai a chiederti se dio ha ragione oppure è impazzito.

E così il bambino si gettò ma le braccia del papà non erano lì ad accoglierlo. Le braccia del papà erano strette intorno al suo muscoloso petto di padre, che disse, sghignazzando: ‘Visto? Non devi mai fidarti di nessuno’.

E il bimbo, in lacrime e sanguinante, non si fidò più di nessuno da allora in avanti.

O, forse, continuò a cercare qualcuno che potesse accoglierlo con braccia forti per tenerlo al sicuro. Ma questo la storia non lo dice, perché ognuno se lo può immaginare da sé.

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L’uomo dagli occhi meravigliosi- Charles Bukowski

Quando eravamo piccoli c’era una casa strana,
gli scuri erano sempre chiusi
non sentivamo voci venire da dentro.
Il giardino era pieno di canne di bambù,
ci divertivamo a giocare tra i bambù.
Fingevamo di essere Tarzan, anche se macava Jane,
C’era un grande stagno con i pesci rossi più grassi del mondo.
Erano pesci addomesticati. salivano in superficie
per prendere dalle nostre mani le briciole di pane.
I nostri genitori ci avevano detto:
“Non avvicinatevi a quella casa.” Naturalmente ci andammo.
Ci chiedevamo se qualcuno ci abitasse
Passavano le settimane, ma non si vedeva nessuno,
un giorno sentimmo una voce provenire dalla casa:
“Maledetta puttana!” Era la voce di un uomo.
Poi la porta di casa si spalancò e l’uomo ne uscì.
Teneva una pinta di whisky nella mano destra.
Avrà avuto trent’anni.
Aveva un sigaro in bocca e la barba non rasata.
i suoi capelli erano ribelli e spettinati
ed era scalzo in cannottiera e pantaloni.
Ma gli occhi erano luminosi, splendevano. E disse:
“Signorini! Spero vi stiate divertendo.”
Poi fece una risatina e tornò nella sua casa.
Ce ne tornammo nel giardino dei miei genitori per riflettere sulla cosa.
Arrivammo alla conclusione che i nostri genitori volevano tenerci lontani da lì,
perchè non volevano che vedessimo un uomo come quello:
un uomo forte dagli occhi meravigliosi.
Si vergognavano di non essere come lui
per questo volevano tenercene alla larga.
Ma noi tornammo a quella casa e alle canne di bambù
e ai pesci addomesticati.
Tornammo tante volte e per molte settimane di seguito,
ma non vedemmo nè sentimmo più quell’uomo.
Gli scuri erano chiusi come sempre e tutto era silenzioso.
Un giorno mentre tornavamo da scuola vedemmo la casa.
Era bruciata, non era rimasto niente.
Solo delle fondamenta fumanti.
Corremmo allo stagno dei pesci rossi e non c’era più l’acqua.
I grassi pesci rossi erano morti.
Tornammo al giardino dei miei a parlarne.
Secondo noi i nostri genitori avevano bruciato la casa
avevano ucciso gli abitanti e avevano ucciso i pesci
perchè era tutto troppo bello.
Avevano bruciato anche la foresta di bambù.
Avevano avuto paura dell’uomo dagli occhi meravigliosi.
Noi cominciammo a temere che per il resto della nostra vita
sarebbero successe cose come queste,
che nessuno avrebbe voluto persone belle come quell’uomo,
che gli altri non lo avrebbero permesso
e che molte persone sarebbero dovute morire.


Il corpo di lei – Luce Irigaray.

Strana economia questa della specularizzazione della donna,che nel suo specchio sembra sempre di rimandare ad una trascendenza che (si ) scosta (per) chi s’avvicina, che geme per la separazione da chi la tiene più stretta nel suo abbraccio. E che ancora invoca il dardo che trafiggendola più profondamente le strazierà il ventre. Così ”Dio” è stato il suo migliore amante proprio per averla allontanata da lei stessa e per aver dato al suo godere un intervallo in cui lei si ritrova e Lo ritrova. Sicura in tal modo della complicità di questo compagno onnipotente essi (lei) gioca(no) a farsi la corte, ad umiliarsi ma anche a ornarsi d’oro e diamanti, a toccarsi, ad annusarsi, ad ascoltarsi, a guardarsi, a infiammarsi…Cosa importa, lei sa di non potersi più sbagliare. E che le basta di essere amata da ”Dio” per vivere, e morire. E se qualcuno le obbiettase che, essendo il Bene dentro di lei, non ha più da riceverlo, risponderebbe, nella sua mancanza di visione teologica , che per lei l’una cosa non esclude l’altra.

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E’ forse proprio nel corpo di ”lei” Egli ha di preferenza iscritto le sue volontà, anche se lei è meno abile nel leggerle, non ha confidenza con la lingua, è più impacciata nel parlare da un aggravio di materia di cui è stata storicamente incaricata, piuttosto irrigidita nei panni speculativi che paralizzano il suo desiderio.

 


L’ossessione di Achab.

Il Viaggio del Pequod dura a lungo, come ci mostra la mappa delle sue peregrinazioni oceaniche, vele spiegate in immensi deserti d’acqua, solcando  abissi sconosciuti, in cerca della meta finale.

mapgood Ismael si imbarca a Nantuket, lui proveniente da Manhattan, covo oscuro e aspro  di balenieri, luogo di confine tra il mondo civilizzato e  l’oceano misterioso da predare, conquistare, sottomettere. Da questo porto salpano le baleniere per procacciare al vorace mercato americano grasso di balena, ossa, e il pregiato spermaceti, l’olio di capodoglio. Ismael non si sa perché si  è deciso ad andare ad affrontare il viaggio, quali siano le sue motivazioni profonde viene solo accennato. Ismael si presenta all’inizio del libro come un uomo senza legami, un individualista, inquieto e aperto a tutte le occasioni che si presentano.

Già…ma perché cerca? Ismael nella Bibbia è il figlio di Abramo e Agar che vagano nel deserto; è dunque un vagabondo, un senza casa. Come tutti quelli che partono e si spingono fino a toccare le radici invisibili del numinoso, si imbarca in un viaggio di cui sa poco, ma che nasconde inaspettate e tormentose spinte verso l’ignoto, il perturbante, il pericoloso contatto con l”altrove’. Ma lui non lo sa, sa che deve andare per mare, qualunque cosa accada. Ed è questa totale apertura all’ignoto,  simile a un ritorno al caos primordiale che lo trascina per più di 4 anni in un’avventura sospesa tra realtà concreta e  contatto con il mondo vorace e istintuale della caccia ai temibili giganti marini.

Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto.

E’ pragmatico, Ismaele, ma non un borghesuccio. Diventa subito amico di Queequeg, fregandosene altamente della razza e della lingua diversa. Perché? Perché probabilmente Queeqeg è come lui uno che non sta soltanto cercando soldi e lavoro ma  sta cercando il suo senso.

icraNtKfFORh7fCvQuesto viaggio diventa complesso, misterioso, e sono soltanto le lunghe digressioni filosofiche, religiose e esplicative di Ismael a radicarlo ancora nella realtà conosciuta, impedendo il collasso verso l’allucinatoria corsa verso il perturbante.  Il Capitano Achab è colui che conduce la caccia. Non è una semplice caccia alle balene per fini commerciali. E’ una vendetta, radicata nel cuore di Achab, ed è la sua unica ragione di vita.

Chi è il Male? Achab o il suo avversario, la Balena Bianca? Nel corso del tempo Achab svela la sua perversione e la distanza che man mano li allontana dal mondo civilizzato erompe con eclatante ferocia. Achab non è più umano e non conosce umanità, rifiutandosi di aiutare il capitano della Rachele nelle ricerche di suo figlio disperso in mare. In qualche modo questo atto volontario di mancata compassione, questo atto di mancato aiuto e condivisione taglia fuori il Pequod dal mondo umano; con questo atto il Pequod volta le spalle al mondo ‘civilizzato’ addentrandosi nell’oceano dell’istinto. E infatti il giorno dopo Moby Dick è avvistata.

Il Gigante Bianco cerca di sfuggire, appare chiaro che Achab sta dando la caccia ai suoi propri demoni solamente, personificati nella balena.

‘ Moby Dick non ti cerca. Sei tu, tu, che insensato cerchi lei!’

grida Starbuck cercando di convincere Achab a desistere. Ma l’ossessione è più forte e Achab viene inghiottito da essa, sprofondando con ciò che egli credeva fosse un demone esterno, rifiutandosi di andare al di là delle proprie ferite e sentirne il senso.

mobydick (2)Molto si è detto e scritto su questo romanzo di Melville che Jung considerava il migliore della letteratura americana. Scritto nel 1851, può essere letto a moltissimi livelli, la lotta tra uomo e natura, la follia, il perturbante, la ricerca del senso, la quest, l’avventura ai confini dell’immaginazione, il viaggio come cammino verso l’individuazione, la crisi del mondo occidentale e le sue ideologie. Scrive il fisico L. Licata:

Nel Moby Dick di Melville troviamo una bellissima metafora della crisi dell’occidente. Il capitano Achab sacrifica il senso del viaggio ossessionato dalla caccia alla  balena bianca, mentre il dolce Ismaele fraternizza con i compagni e osserva meravigliato le creature del mare. Achab, figlio di Faust, va verso la distruzione , Ismaele è l’unico superstite del Pequod. C’è già tutto quello di cui abbiamo bisogno: meno Achab e più Ismaele.

Nel 1956 John Huston trasse dal libro uno splendido film con Gregory Peck.

Achab si sente un eroe che combatte il male, la cui missione è di smascherare il vero volto della natura, e in definitiva anche il suo stesso vero volto. Mancando di riconoscere in se stesso il male crea un oggetto esterno come capro espiatorio. Il problema è che tra Achab e la balena, nonostante la lunga caccia, non c’è mai vero contatto. Achab non riesce a andare mai in contatto con la balena. E’ sempre al di là della sua portata, così come per molti di noi riconoscere il proprio volto è semplicemente al di là della nostra portata. Chi siamo? Come Achab, ci crediamo tutti buoni, con il nostro carattere peculiare ma sostanzialmente dalla parte del giusto. Non siamo in contatto con le nostre pulsioni rimosse, che ci animano sempre nonostante non le conosciamo minimamente: l’inconscio è animato da molte intangibili forze con cui non siamo in contatto. La patologia nasce quando ci rifiutiamo di riconoscere che ciò che vediamo fuori , ‘ l’altro’ è dentro di noi. Achab è il male come la balena, specchi poderosi che non si toccano, non si vedono e non comunicano se non nella catastrofe finale. Scrive Renè Girard , psicanalista junghiano: ”Nonostante ciò che si dice intorno a noi , i persecutori non sono mai ossessionati dalla differenza, ma piuttosto dal suo contrario indicibile , la mancanza di differenza” Questa mancanza di differenza è dominante nel rapporto di Achab con la balena . Mentre Achab può cercare di stabilire se stesso come un eroe , anche lui , in fondo, è il male . È questa identità che è problematica .

Achab doveva “creare” Moby  Dick per giustificare il proprio odio e la tendenza verso il male . Inoltre , Moby Dick doveva essere trasformato in un formidabile avversario , in modo da spiegare tentativi falliti di Achab a distruggerlo. E’ Achab a ‘creare ‘ Moby Dick.

E Starbuck, il suo secondo, commenta: ‘Che Dio ci aiuti tutti’.

E questa è in fondo, la banalità del male.


Il Mito di Diana e Atteone.

Il cacciatore Atteone, vagando per i boschi, si imbatte in un gruppo di Ninfe intente a bagnarsi nelle acque limpide con la dea Diana. Questa, sorpresa per essere stata vista in un momento di intimità con le sue caste ninfe, con un gesto di furia imbarazzata spruzza l’uomo con l’acqua, tramutandolo in un cervo. Atteone fugge impaurito e, incapace di rivelare la sua identità, finisce sbranato dai cani della sua stessa muta.

14811OP2428AU23563Il Mito ha una lunga storia; già ne parlava Euripide (485 a C) e in Grecia fu spesso raffigurato su vasi e murali. C’è qualcosa di archetipico in questa storia che ha affascinato decine di pittori, da Cranach a Crivelli a Tiziano, e pensatori e poeti, come  Ovidio, Giordano Bruno e Jung. Tutti sembrano aver colto nella storia un profondo significato allegorico, un avvenimento della coscienza o della psiche individuale, esperito in diverse culture: un archetipo insomma, figurante accadimenti interiori di grande portata.

Nel 1652 in un opuscolo dal titolo Sulle Passioni Eroiche Giordano Bruno interpretava questo mito come un processo di conoscenza, uno stato mentale. Dice Bruno:

‘Atteone rappresenta l’intelletto a caccia della saggezza divina, nel momento in cui afferra la bellezza divina’

Proprio quando l’intelletto solleva il velo che lo divide dalla vera realtà, ecco che la saggezza- Sophia, Anima, il mistero lunare, lo intrappola: egli è soggiogato dall’oggetto del suo desiderio, diventandone vittima.
Continua Bruno:

‘Egli si ritrovò trasformato in ciò che aveva cercato, e si rese conto che lui stesso era diventato una preda ambita per i suoi cani, i suoi pensieri. Poiché lui aveva effettivamente disegnato la divinità in se stesso e non era più necessario cercarla fuori di sé ‘.

Per Bruno Atteone è un eroe che cercando penetrare il mistero divino, ne ha la vita completamente sconvolta e invertita. La morte di Atteone può sembrare una fatale punizione e un tragico errore, ma invece è la morte dell’intelletto braccato dalla follia del pensiero concettuale, ed è l’inizio della vita immortale e divina. Così parla Bruno del destino di Atteone:

”Qui, la sua vita nel mondo pazzo, sensuale, cieco e fantastico volge al termine, e da ora in poi conduce una vita spirituale. Vive la vita degli dei “.

Le conseguenze per i mortali accidentalmente coinvolti negli affari degli dèi e le immancabili tragedie che capitano loro,  designano  le divinità greche come supremamente indifferenti al destino dell’uomo mortale. Non c’è perdono, rimpianto, riscatto o una seconda possibilità a disposizione di coloro che incontrano loro e la loro implacabile volontà. L’interpretazione ottimistica di Bruno del mito di Diana e Atteone  descrive il destino di chi, andando alla ricerca dell’Anima, si imbatte nel suo lato oscuro, nella terribile e spietata potenza del femminino lunare a cui ci si può e deve accostare con sacro rispetto e dovuta prudenza.   Lo studioso inglese Robert Graves ha osservato  che un altro nome per Diana era Nemesis (dal nemos greco , ‘ Boschetto ‘ ), nome  che in greco classico denotava  vendetta divina per le violazioni di tabù .

CG Jung descrive la natura oscura della dea Diana così :

‘La sua oscurità si manifesta nel fatto che lei è  anche una dea della distruzione e di morte, le cui frecce non sbagliano mai. Ha trasformato il cacciatore Atteone , quando di nascosto lui la guardò bagnarsi , in un cervo;  e i suoi cani , non riconoscendolo ,  lo fecero a pezzi. Questo mito può aver dato luogo per primo  alla designazione dei lapis come fugitvus cervus (cervo fuggitivo) , e poi all’immagine del  cane rabbioso, che non è altro che l’aspetto vendicativo e traditore di Diana, come la luna nuova .‘ [Misterium Conjunctionis]

Una possibile interpretazione junghiana del mito di Diana e Atteone è quella di un incontro fatale con l’ Anima. Improvvisa, la visione  dell’ Anima ,cioè della dimensione femminile all’interno della psiche maschile, è una visione  in cui Atteone è sopraffatto dal  contenuto psichico dell’ Anima.  Egli è incapace di assimilare o integrare l’Anima nella sua psiche, e si è così trasformato in animale, finendo divorato dal suo fallimento.
Dunque per Jung l’incontro con l’Anima è pericoloso, ( e di conseguenza per la donna lo è anche l’incontro con l’Animus), perché l’integrazione di essa sovverte e fa a pezzi ogni cosa precedentemente prestabilita: la psiche si ri – crea in nuovo ordine, in una riconversione che molto ricorda il sovvertimento pericolosissimo della risalita di Kundalini (e non a caso James Hillman, junghiano, si interessò enormemente a questo argomento). La segretezza, il silenzio, la difficoltà di simili procedure iniziatiche è sempre e in tutte le culture stata salvaguardata per i pericoli in cui ci si imbatte. Chi non è faticosamente, lungamente temprato da un processo in cui è caduta ogni velleità di possesso dell’Anima, riconoscendone l’enorme potere, cade vittima della sua stessa hibris, l’arroganza, poiché non ha compreso di dover mettere sul suo cammino diverse pietre tombali sui precedenti stati dell’essere…Cammino accidentato e doloroso, costellato di morte e trasformazione.

Il simbolismo del mito di Diana e Atteone ha sempre solleticato la fantasia degli alchimisti. Qui vediamo, in basso a destra, i due che sorreggono una sfera lunare, nel grande e famoso mandala cosmico di Mylius Opus Medico – Chemico. La loro interdipendenza è chiarissima, ed entrambi sono sorretti da un’ala di Aquila, simbolo, per Jung,  del processo di Individuazione.
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La storia dell’Uomo che amava le parole.

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L’ uomo che amava le parole. from Ash on Vimeo.


C’era una volta un uomo che passava la vita a spiegare le parole. Pensava che se fosse riuscito a dare un significato ad ogni parola, tutte le cose del mondo, tutto ciò che sentiva, sarebbe stato chiaro e in ordine. Perciò, per qualsiasi cosa egli cercava il significato, usando parole appropriate, precise e calzanti, e le definizioni di tutte le cose che pensava e sentiva erano così chiare che sembravano prendere vita, creare altri mondi, altre esperienze, altre storie. Ogni parola che usava veniva infatti da lui spiegata nel suo significato e spesso le parole diventavano così numerose da prendersi tutto lo spazio, perché ognuna di esse conteneva un significato che rimandava ad altri significati e ancora altre parole. Passarono così gli anni. L’uomo era diventato vecchio e stanco. La sua sete di parole cresceva, perché sembrava che ci fosse sempre ancora un significato da scoprire e da svelare attraverso una parola che continuava a sfuggirgli. E sempre si rendeva conto che dietro ogni parola si celavano altre parole, altri significati, senza fine. Era esausto, trascinando il peso di tutte le cose spiegate e definite dalle parole, il peso di tutta la sua conoscenza che sembrava mai trovare una fine, e dei significati che non finivano mai. Prese allora una decisione. Se i significati non finiscono mai, pensò, allora devono finire le parole. Così fece una cosa che non aveva mai fatto: si liberò di ogni definizione, rinunciò a mettere ordine tra i pensieri e lasciò la sua mente libera da quella ricerca che lo aveva impegnato tanto a lungo. E il mondo cambiò. Vide per la prima volta che il mondo non aveva bisogno delle sue definizioni, sentì il vento sulla pelle, il profumo dell’erba, i colori che il sole e la luna gettavano su di lui e intorno a lui, e finalmente si sentì leggero, e finalmente comprese che ciò che vedeva e sentiva non aveva nulla a che fare con le sue definizioni, e che fino a quel momento le parole che aveva cercato così profondamente avevano creato solo altre parole e che il significato di queste parole lo avevano portato a vagare allontanandosi da se stesso. E così, rinunciando ai significati, trovò tutte le spiegazioni.

 


Rompi quel bicchiere.

Rompere un bicchiere?

Ho liberato una mano, ho preso un bicchiere e l’ho spostato sul bordo del tavolo.

Cadrà” ha detto lui. “Esatto. Voglio che tu lo faccia cadere“. “Rompere un bicchiere?

Sì, rompere un bicchiere. Un gesto in apparenza semplice, ma che implica terrori che non giungeremo mai a comprendere appieno. Che cosa c’è di sbagliato nel rompere un bicchiere di poco valore, quando tutti noi, senza volerlo, abbiamo già fatto la stessa cosa nella vita?

Rompere un bicchiere?” ha ripetuto. “Per quale motivo?” “Posso spiegartelo“, ho risposto “ma, in verità, è solo così, per romperlo“. “Per te?” “No, è chiaro“.

Lui guardava il bicchiere sul bordo del tavolo, preoccupato che cadesse.

È un rito di passaggio, come dici tu stesso” avrei voluto spiegargli. “È la cosa proibita. Non si rompono i bicchieri di proposito. In un ristorante, o nelle nostre case, ci preoccupiamo che i bicchieri non finiscano sul bordo del tavolo. Il nostro universo esige attenzione, affinché i bicchieri non cadano per terrà“. “Eppure“, pensavo ancora, “quando li rompiamo senza volerlo, ci accorgiamo che non è poi tanto grave. Il cameriere ci dice: ‘Non ha importanza’, ed io non ho mai visto includere un bicchiere rotto nel conto di un ristorante.

Rompere bicchieri fa parte del caso della vita e non provoca alcun danno reale: né a noi né al ristorante né al prossimo“.

Ho dato uno scossone al tavolo. Il bicchiere ha ondeggiato, ma non è caduto. “Attenta!” ha detto lui, d’istinto. “Rompi quel bicchiere” ho insistito io. “Rompi quel bicchiere“, pensavo, “perché è un gesto simbolico. Cerca di capire che io, dentro di me, ho rotto cose ben più importanti di un bicchiere e ne sono felice. Pensa alla lotta che divampa dentro di te e rompi questo bicchiere. Perché i nostri genitori ci hanno insegnato a fare attenzione con i bicchieri e coi i corpi. Rompi questo bicchiere, per favore, e liberaci da questi maledetti preconcetti, dalla mania che sia necessario spiegare tutto e fare solo quello che gli altri approvano“.

Rompi questo bicchiere” gli ho ripetuto.

Mi ha fissato negli occhi. Poi, lentamente, ha fatto scivolare la mano sul piano del tavolo, fino a toccare il bicchiere. Con un movimento rapido, lo ha spinto giù. Il rumore del vetro infranto ha richiamato l’attenzione di tutti.

Invece di mascherare il gesto chiedendo scusa, lui mi ha guardato sorridendo e io ho ricambiato il gesto. “Non ha importanza” ha esclamato il ragazzo che serviva ai tavoli. Ma lui non lo ascoltava. Si è alzato e, mettendomi le mani tra i capelli, mi ha baciato.

Tratto da Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto di Paulo Coelho.


Thibault, Il signore dei Lupi- A. Dumas.

untitled (4)the-wolf-leader-3the-wolf-leader-2 Tre immagini d’epoca del libro di Dumas.

Con una straordinaria sincronicità rileggo un racconto di Alexandre Dumas sul male e il destino, il desiderio e la tentazione: Thibault, il signore dei Lupi. I luoghi sono quelli della campagna francese prima della Rivoluzione, quella dei quadri di Boucher nei dintorni di Compiegne. Là, nella sua bicocca nella foresta vive Thibault un giovane povero artigiano

”il cui padre aveva fatto l’errore di dargli un’istruzione superiore alla sua condizione, e così Thibault aveva sperato di potersi scegliere un mestiere migliore di quello dello zoccolaio. Purtroppo per lui il padre era morto lasciandogli appena le spese per il suo funerale. Quando fu seppellito, al figlio non restò quasi nulla, tranne il suo mestiere di zoccolaio – mestiere nel quale era abilissimo ma che non gli garbava troppo. Trovandosi più bello, più forte, più abile di molti altri, si chiedeva come mai la Provvidenza non lo avesse fatto nascere nobile.”

La vita scorre per Thibault in una laboriosa esistenza nella sua casupola col tetto di muschio, fatta di lavoro umile intagliando legno con una maestria in cui non conosce rivali. Ma c’è una tendenza in lui all’astio, la gelosia e l’invidia, una insoddisfazione di fondo e un disprezzo per i suoi simili e per l’onesto lavoro che pian piano lo portano a misurarsi con questi suoi impulsi oscuri e cedere alla tentazione di metterli in pratica. Fa un patto con Satana che gli si presenta sottoforma di un Lupo Nero e che gli promette di soddisfare ogni suo desiderio, in cambio dovrà dargli un capello per ogni desiderio espresso. In men che non si dica Thibault si ritrova con un ciuffo di capelli rossi come la fiamma, che diventano il suo marchio distintivo. Lupi e creature notturne lo seguono, e gli uomini che aveva disprezzato si allontanano da lui e lo evitano, il che non fa che acuire il suo odio e astio e approfondire la sua sete di rivalsa.

Povero Thibault. Cerca l’amore e lo trova in una umilissima contadinella, ovviamente per lui è troppo poco, pur sapendo in fondo al cuore che questo sentimento semplice è la sua sola salvezza, e si imbarca in tante avventure che gli portano solo soddisfazione effimera e ancora più dolore. Maledice la sorte più che mai, pur avendo il potere di ottenere denaro e dominio. Ma non l’amore, non il rispetto, non la pace. Quante volte rimpiange la sua umile casupola e le giornate passate in laborioso e onesto lavoro, passate sull’altana con i suoi attrezzi a intagliare legno, in semplici e frugali pasti e un sonno ristoratore alla sera.

Thibault è dannato. Perde l’amore, la pace, il rispetto di se stesso. Indietro non può tornare e infine è distrutto dal suo stesso desiderio. Cedendo all’ombra è cambiato così profondamente che la pace vissuta in precedenza da povero artigiano gli sembra ormai per lui irraggiungibile. Il Male non ha mediazioni, né sfumature, né compassione e pietà. Una volta aperta la porta al Male, sperando di ricavarne un vantaggio, si è già oltre ogni salvezza.. Questa può venire solo con una rinuncia dolorosa e traumatica ai propri desideri più intimi, gli impulsi insoddisfatti che saggiamente vanno tenuti sottocontrollo, se non si vuole essere divorati e dominati da essi.

La storia di Thibault è la storia del prezzo da pagare quando si esplora il lato oscuro, ci si chiude nell’egoismo, nella personale gratificazione: solitudine e disperazione sono i frutti di questa scelta, abbandonati dai propri simili, nessuno con cui condividere il peso dei propri atti. Solo un ultimo disperato atto di rinuncia al Male, ma quando ormai tutto è distrutto, pone fine alle sue sofferenze in questa vita. Ma della prossima, nulla si si sa.