Cercando il senso, cielo e terra si dividono.

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Il ritrovamento dell’anima- Liber novus

Colui che non desidera  le cose esteriori raggiunge l’anima.
Se  egli non trova l’anima viene vinto dall’orrore del vuoto  ed è guidato dalla paura, che batte il  tempo con frustate sferzanti, mentre egli  si sforza continuamente,  cieco e disperato, nel desiderio  delle le cose cave del mondo. Egli diventa folle per  un desiderio senza fine  e dimentica la via della sua anima, per mai più ritrovarla. Egli corre dietro a tutte le cose e vuole impadronirsene ma non troverà la sua anima poiché può trovarla soltanto dentro se stesso.  In verità la sua anima è racchiusa nelle cose e negli uomini, ma il cieco si impadronisce delle cose e degli uomini, non della sua anima che si trova nelle cose e negli uomini. Egli non  conosce la sua anima. Come può distinguerla dalle cose e dagli uomini? Egli può trovare la sua anima nel desiderio ma non negli oggetti del desiderio. Se egli possiede il desiderio ma non è posseduto dal desiderio egli trova la sua anima, poiché il desiderio è l’immagine e l’espressione della sua anima.

Se possediamo l’immagine di una cosa, possediamo metà di quella cosa.

L’immagine del mondo è la metà del mondo. Colui che possiede il mondo ma non la sua immagine possiede solo la metà del mondo poiché la sua anima è povera e non ha niente.

La ricchezza dell’anima consiste nelle immagini.

Colui che possiede l’immagine del mondo possiede la metà del mondo anche se è povero e non ha niente.

Ma la fame rende l’anima  una bestia che divora cose insopportabili e da esse ne è avvelenata.

Amici, è saggio nutrire l’anima altrimenti alleverete draghi e demoni nel vostro cuore.

C. G. Jung -Refinding the Soul – Liber Novus-, Liber I.

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Casa dell’Unificazione- C. G. Jung

Immaginate un uomo tanto coraggioso da ritirare tutte le sue proiezioni: egli è un individuo cosciente della enormità della sua ombra. Un uomo simile si è caricato di nuovi problemi e conflitti. Egli è diventato un serio problema per se stesso, poiché è impossibile per lui dire che gli altri fanno questo e quello, che sbagliano e che devono essere combattuti. Egli vive nella ‘Casa dell’Unificazione’.Un uomo simile sa che qualunque cosa erronea nel mondo si trova dentro lui stesso, e che soltanto se viene a patti con la sua ombra egli può fare qualcosa di vero per il mondo. Egli riesce a farsi carico almeno di una infinitesima parte dei giganteschi problemi sociali irrisolti del nostro tempo.

C.G. Jung – Psicologia e Religione, 1938.

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Una delle ragioni.

*Nathan Schwartz-Salant

Jung afferma che il Sé è sia corpo sia psiche, e che il corpo ne è solo la manifestazione esteriore. Aggiunge che l’anima è la vita del corpo: se non si vive nel proprio corpo, se nella vita non è rappresentato nella sua unicità, il Sé si ribella.

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Amarsi.

L’amore per se stessi è il fondamento dell’amore per gli altri. Ed è durissimo amare se stessi. Ogni volta che ci mancano le conferme da parte di qualcuno, ogni volta che siamo delusi e non siamo sicuri  e di questa insicurezza soffriamo, non ci amiamo. Dubitiamo. Non  vogliamo credere che il mondo, questo mondo che a volte ci atterrisce, e a volte ci attrae è esattamente quello che siamo noi, quello che siamo capaci di sperimentare. Noi rifiutiamo e rincorriamo le nostre stesse proiezioni, credendole indipendenti da noi. Qui c’è il bello, là c’è il brutto.  Ma essi sono dentro di noi, a definirci nella divisione, a condizionarci: li conosciamo bene, con i nostri princìpi, le nostre preferenze, le antipatie, le scelte. Scegliamo cosa amare e cosa odiare; e questa divisione interna, la vediamo anche fuori. E così non ci amiamo. Perché l’amore non sceglie, non distingue, non cerca. L’amore è lo stato di quiete in cui è possibile non soffrire più, non essere più insoddisfatti. Tutto è calmo, allora, e al suo posto. Non cambio nulla, accetto tutto: con l’amore non sono capace di sentire la malignità, non percepisco l’ ambiguità, non conosco il  dubbio. Quando tutto questo lo vediamo all’esterno allora vuol dire che ce li  portiamo dentro, espressioni dell’Ombra. Non ci amiamo, se ci sono dentro di noi i mostri dell’egoismo e della paura, che distorcono come una lente l’Altro, tutto l’altro. Siamo noi stessi  gli gnomi ghingnanti, o gli splendidi cavalieri che crediamo di vederci attorno. Noi siamo gli altri che giudichiamo con il nostro stesso metro, nel rispecchiamento infinito di volti che si scambiano il riflesso. Ed è’ facile pensare come è oscuro il mondo, quando in noi c’ è oscurità.

Perché devo amare l’Ombra? Perché il Chod si basa sul nutrire l’Ombra, il Demone, fino a che non è sazio? Integrarla, diceva Jung, portarla alla consapevolezza, dall’inconscio al conscio. Farla agire, in qualche modo farla uscire da dietro le quinte e riconoscere il suo bisogno, la sua ragione di esserci, la sua richiesta di venire alla luce,  anche a costo di cedere altri pezzi di noi, anche a costo di incarnarla, sul filo pericolosissimo della caduta nel magma inconscio: è un atto d’amore. Integrare l’Ombra  significa  amarla, e se lo facciamo è il primo vero atto di Amore possibile. Rinuncio a tutto, per Te / Me. Getto via l’orgoglio, getto via la gelosia, la rabbia, getto via la corazza, e mi consegno a quello che è. Persino il mio corpo, principe di tutti gli attaccamenti, io metto a servizio di questa opera. E faccio questo non come  un ennesimo atto egoistico, con la scelta di annullarsi masochisticamente, ancora vittime delle profonde proiezioni che provengono dall’Ombra stessa. No. Questo dono totale, questa resa con cui si nutre e si riconosce la ferita -ombra  è un sacrificio che chiede l’offerta di  una parte di sé – tutto ciò che abbiamo, totalmente- per nutrire ciò che è ferito, sofferente e solo: la nostra ferita, la nostra sofferenza, la nostra solitudine, l’oscuro cuore di tenebra che ci portiamo dentro.

Amarsi. E così, trovarsi. E’ il solo modo, l’unica scelta, per entrare nel  luogo dentro di noi in cui si è in pace.


Destino.

Attiriamo quello che siamo e che cerchiamo.  Guardate Angulimala l’assassino, come fece in modo di venire in contatto con i suoi demoni, pur credendo di stare dalla parte del giusto. Noi crediamo sempre di essere dalla parte del giusto e che quello che stiamo facendo stia adempiendo al nostro concetto di giustizia. A volte siamo persino convinti di fare il bene degli altri, mettendoci dalla loro parte, in quella idea altamente astratta per cui dobbiamo fare del bene, come diceva il grande Trungpa. La compassione idiota. Io agisco secondo ciò che credo sia la cosa migliore per te. Tu sei lo specchio delle mie proiezioni e io vedo in te ciò che sono io. Vedo in te soltanto quello che posso riconoscere e confermare all’interno della mia esperienza. Niente di più. Se ci rendessimo conto che le cose che ci fanno soffrire sono il destino da cui non riusciamo a sottrarci, saremmo liberi. Ciò che non portiamo alla coscienza si manifesta come destino, scriveva Jung.


Guardare fuori, guardare dentro.

C’è stato il tempo in cui bisognava guardare dentro, per svegliarsi.
Bisognava osservarsi, riportando ogni esperienza a sé. Bisognava scoprire le risonanze, le emozioni che si muovono. Osservare, e osservando penetrare nel mondo irreale della psiche, la mente, le proiezioni, il mondo invisibile solo a te noto. E così ti addormenti.
C’è stato un tempo in cui credevi che ‘guardare fuori è dormire, guardare dentro è svegliarsi’:Jung. E così ti immergi nel mondo di dentro, dove c’è di tutto: l’ombra per prima, la prima presenza in cui ti imbatti. Lavori con l’Ombra, allora. Ti hanno detto che devi integrarla, e così la ami, o tenti di farlo.
Guardare fuori è dormire, guardare dentro è svegliarsi, dice Jung.
Fuori e dentro, scissi per sempre, divisi per sempre. Dormire o svegliarsi. Guardare fuori oppure guardare dentro.
Dentro. Più guardi dentro più non guardi fuori. Più non guardi fuori, più aumenta la marea dei pensieri. Più aumentano i pensieri più ti avviluppano. Talvolta perdi il contatto con il fuori, credendo che tutta l’introspezione che stai compiendo ti possa dare una chiave per la pace. E intanto il mondo semplicemente gira, mentre tu guardi dentro. Guardare si fa così: osservi che succede, dentro con l’occhio invisibile, fuori con l’occhio fisico. Ma guardando troppo a lungo all’interno finisci per dimenticarti di come usare gli occhi e lo sguardo all’esterno. L’osservazione diventa divagazione, distrazione, lontananza. I nostri problemi, tutto il male e il bene che riteniamo di aver sopportato viene su, prendendosi tutto lo spazio. E così, gli occhi non vedono più, impediti dal potere della mente. Non vedi più il mondo, ma solo la sua risonanza, quella che si produce in te.
E’ fuorviante.
Gli occhi devono guardare e vedere, vedere nudamente. Non può esserci nessuna visione interiore se la visione esteriore è distratta. Bisogna usare gli occhi, senza la mente. Vedere, non più osservare. E infine gli occhi vedono le cose come sono, e non come pensi che siano. Bisogna liberare la visione dal pensiero.
Un oggetto è solo un oggetto, non quello che ti evoca, non quello che ti piace o non ti piace.
Gli occhi guardano e subito la mente pensa ad altro. Buffo, forse pensa al DENTRO, impedendo di guardare fuori.
E’ come se la mente impedisse la visione. Dunque, Carl Gustav, come la mettiamo con il tuo consiglio? Guardare dentro è produrre pensiero, fantasia. Guardare fuori, guardare l’oggetto in sé, significa non distrarsi (….ed è quello che insegna lo shinè…).
Ecco come bisognerebbe guardare: far funzionare gli occhi.
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Aurora Consurgens

Non c’è nessuna scorciatoia.
Quando ti dicono che una via è migliore di un’altra ti stanno solo indicando la loro strada. Ma quando la prendi, fiduciosa che ‘quella strada ha un cuore’ per te non sai che cosa ti stai preparando a fare; solo quando cominci a percorrere la via ne capisci la complessità. Ci sono momenti di debolezza, che sono importanti. Di solito non vogliamo sentirci deboli e senza difese, non vogliamo che le cose tenute a bada per tantissimo tempo vengano fuori. Ritadiamo, creiamo diversivi, ci affidiamo alla pedissequa ripetizione di ciò che fanno altri, come scimmie ammaestrate. Non ci vogliamo mettere a nudo veramente, con la paura primordiale di perdere l’equilibrio e aprire le porte dell’inconscio all’Ombra e danzare con lei. Ma non funziona così. Si passano anni a cercare di imparare a costruire nuove identità, senza conoscere minimamente le fondamenta di ciò che si è veramente. Nessuna costruzione nuova può avvenire su edifici ancora saldi e abitabili, bisogna prima distruggere tutto e poi può esserci spazio per ricostruire.

Il tempo della Nigredo è lungo. Jung lo aveva capito, gli alchimisti pure, e in Oriente il silenzio e l’ascesi sono necessari per immergersi fino in fondo nell’esplorazione interiore.
Questa via di Trasformazione non è una scorciatoia, come si dice talvolta. E’ la via diretta verso l’inferno e ritorno, e certamente se la prendi capiteranno momenti in cui vorresti tornare indietro e dimenticare tutto, momenti in cui maledici il momento in cui hai cominciato. Il mondo ti sembra popolato di estranei, la tua vita è scollegata da tutto, non capisci quello che ti accade e non hai fiducia. Vaghi estraniata tra le pietre tombali di ciò che sei stata e ancora in parte sei. Non si tratta soltanto di un fatto mentale, è presente anche un vero e proprio dolore fisico, una infelicità situata nel corpo…pancia, cuore, testa….là dove si raccolgono le tensioni. Quei luoghi sono dove avviene l’Opera, dove l’alchimia chimica deve avvenire e sta avvenendo….tensioni e dolori sono necessari, altrimenti non è possibile nessun cambiamento, trasformazione e processo. Il mutamento è la nostra natura, possiamo gridarlo ai quattro venti per una vita intera, ma se non siamo noi stessi a mutare attraverso l’abbandono a quello che deve avvenire, ci stiamo solo prendendo in giro.

Aurora Consurgens: Non sai più che cosa sei, e in questo ‘non sapere’ devi riporre la massima fiducia.

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