Cercando il senso, cielo e terra si dividono.

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Gli echi del silenzio.

I silenzi sono tutti diversi  e ciascuno di loro ha un significato. C’è il silenzio della foresta, al mattino, molto diverso dal silenzio di una città addormentata. C’è quel silenzio dopo il temporale e quello prima del temporale, che sono diversi tra loro. C’è il silenzio del vuoto, il silenzio della paura, il silenzio del dubbio. Ci sono silenzi che scaturiscono dagli oggetti  inanimati, come quello di una sedia appena usata, o di un pianoforte  con i tasti coperti di antica polvere. Ogni oggetto di cui ci serviamo, per lavoro o diletto, ha il suo silenzio. Questo silenzio parla. La sua voce è  malinconica, ma non sempre; la sedia potrebbe essere stata usata da un bambino felice,  le ultime note suonate  dal piano potrebbero essere state potenti e passionali. Qualunque sia l’umore e la circostanza, la sua essenza riposa nel silenzio che segue. E’ un’eco senza suono.

 

 


Il Tempio Silenzioso.

Shoichi era un maestro zen con un solo occhio, che insegnava nel tempio di Tofukuji a Kyoto. Il tempio era avvolto notte e giorno nel silenzio: nessun suono, nessuna voce, proveniva dai monaci; nel tempio si era rinunciato persino alla recita dei sutra. Non si faceva altro che meditare. Un giorno una vecchia nei dintorni sentì il suono di una campanella e la recita dei sutra e capì che Shoichi era morto.

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Il Silenzio è zero.

Il Silenzio è zero.

Il Silenzio: non partecipare.

Silenzio è ciò che non si può dire.

Se non sai cosa dire, è il momento di ridere:

la creatività improvvisa, quando il silenzio non è pensato.

Suono senza suono, pensiero senza pensiero,

il Silenzio è il paradosso  che scioglie il nodo

nella Musica senza Note.

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